Il pericolo della sazietà
Testi: Osea 13:1-8
Il testo di oggi ci parla di un atteggiamento molto ricorrente nell’antico Israele, e che purtroppo lo è ancora ai nostri giorni: l’ingratitudine umana verso Dio quando le cose sembrano andare bene (da sole) senza l’aiuto di Dio, perché l’uomo ha la pancia piena.
L’uomo nella sua natura corrotta dal peccato di Adamo, è alla continua ricerca della sua autorealizzazione, del suo tornaconto personale, del suo IO che viene prima dell’onore e della devozione dovuta a Dio. Il peccato di ribellione che da Adamo in avanti continua a perseguitare l’uomo, ad inseguirlo, a sedurlo e molto spesso a portarlo lontano dal Signore e dal suo volere, è sempre presente dietro l’angolo, pronto a dominare il cuore e la mente dell’uomo, non appena l’uomo si distrae dalla comunione col suo Signore per inseguire sogni di gloria e potenza personale.
Il profeta Osea descrive questo atteggiamento d’Efraim (una delle tribù d’Israele) evidenziando come la potenza raggiunta da Efraim, grazie alla benedizione di Dio, gli si ritorce contro, perché lo inorgoglisce a tal punto che, invece di dedicarsi totalmente a Dio, inclina il cuore agli idoli dei popoli vicini.
Oggi, come ho detto, la situazione non è molto diversa; ai nostri giorni l’uomo (credente) non si fa più idoli di metallo fuso cui inchinarsi, ma si inchina ad altri idoli che lui stesso si è fabbricato, siano essi i tanti “passatempi domenicali” che prendono il posto del Culto, oppure gli oggetti del desiderio che tutti bramano possedere per essere trendy e al passo coi tempi, e quant’altro nel cuore e nella mente umana viene prima di Dio sulla scala delle priorità e dei valori.
Tutto quello che l’uomo ha avuto grazie alla benedizione di Dio, finisce per assorbirlo a tal punto di diventare pietra d’inciampo.
Nei confronti di Efraim Dio è però chiaro, perché paragona il suo benessere alla nube del mattino che è presto destinata a dissolversi al calore del sole.
Dio si dispiace di questo atteggiamento di aperta ingratitudine e gli ricorda, per bocca di Osea, il bene che lui ha fatto ad Israele, da quando lo ha fatto uscire dalla schiavitù d’Egitto in avanti. Allo stesso tempo però riscontra amaramente che Israele si ricorda di Lui soltanto quando è nel bisogno, mentre quando ha la pacia piena, quando è sazio di beni, gli volta le spalle: “"Quando avevano pastura, si saziavano; quand'erano sazi, il loro cuore s'inorgogliva; perciò mi dimenticarono."
E l’uomo di oggi cosa fa di diverso da Efraim? Purtroppo, non fa veramente nulla di diverso: pensa soltanto a sé stesso e al suo personale bisogno e piacere.
Così quando tutto va bene nella vita materiale, avviene che in realtà non va troppo bene da un punto di vista spirituale. Fintanto che non ci troviamo nel bel mezzo di una crisi, lasciamo da parte Dio, la lettura della Parola, la preghiera, e tutti felici ci occupiamo di cose più "leggere, distensive…" Non ci preoccupiamo più della nostra vita interiore e godiamo spudoratamente delle benedizioni di Dio, senza preoccuparci nemmeno di ringraziarlo.
Accecati dal peccato di ribellione di Adamo, non ci preoccupiamo più di amare Dio; godiamo delle sue benedizioni, dandole per scontate, e allo stesso tempo pensiamo di non aver bisogno di Lui, pensiamo di poter fare da soli, come faceva Efraim, inorgogliti dal nostro apparente successo.
Ma è proprio in quel momento che il nostro bisogno è maggiore, e dovremmo pregare di più. Il libro di Osea descrive la relazione di Dio con il Suo popolo con termini che non solo dovrebbero farci riflettere, ma anche farci vergognare. Quanto siamo simili a questo popolo d'Israele dal collo duro!
Osea ci mette in guardia da questo atteggiamento autodistruttivo, perché Dio così com’è generoso nella benedizione e nel perdono, è altrettanto severo nel punire i suoi figli affinché si pentano e si correggano dai propri errori.
Le belve feroci paventate da Osea, rappresentano la sciagura incombente su tutti coloro che, sazi dei propri successi, dimenticano Dio, credendo di non avere più bisogno di Lui. Il male che domina questo mondo è davvero come una belva assetata del sangue dei credenti, pronti a sbranarli non appena essi si allontanano dalle ali protettrici di Dio; non dobbiamo mai dimenticarlo questo.
Non dobbiamo mai commettere l’errore (il peccato) di trascurare il nostro rapporto con Dio nei momenti belli e spensierati della nostra vita!
Non pensiamo di poter usare Dio come si fa di un ombrello, che si apre solo quando piove e poi rimane dimenticato in un angolo buio.
Il nostro successo terreno e la nostra salute spirituale dipendono entrambi dall’essere costantemente in comunione col Signore. Preghiamo quindi anche quando non ne vediamo la necessità, perché abbiamo bisogno di Dio, sia quando attraversiamo una crisi, sia e soprattutto quando Dio ci benedice e ci protegge, proprio perché, sazi delle sue benedizioni, pensiamo a torto di non avere bisogno di Lui.
AMEN
