Il pubblicano
Testi: Luca 5:27-32
Il brano del Vangelo proposto oggi è conosciuto come: “La chiamata di Levi”, o di Matteo.
Penso che tutti voi lo ricordiate soprattutto per il detto di Gesù che vi è contenuto: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati”.
Come spesso accade però, dietro le parole di Gesù si nasconde ben più di una semplice massima. Vediamo allora di scoprire cos’altro ci vuol dire Gesù.
Levi, conosciuto anche col nome di Matteo, era un funzionario incaricato della riscossione delle imposte, comunemente definito come un “Pubblicano”; e già qui possiamo fare alcune considerazioni. Riscuotere le imposte ai tempi di Gesù non era precisamente un’attività paragonabile a quella dell’Agenzia delle Entrate che abbiamo noi oggi, né dell’odiata Equitalia.
I pubblicani, infatti, non brillavano certo per la loro onestà; anzi, erano abituati a vessare i contribuenti e anche a tenere per sé una parte più o meno considerevole di quanto estorcevano in virtù del loro incarico.
Era quindi del tutto naturale che una tale attività fosse vista con sfavore e criticata, sia dal popolo tartassato ingiustamente, sia dalla classe sacerdotale israelita, che in un tale comportamento vedeva palesemente violata la Legge di Dio.
Un’altra aggravante pesava poi sui Pubblicani; essi erano, di fatto, collaboratori dell’occupante Romano, e per questo ancor più disprezzati da ogni buon ebreo osservante. Era quindi naturale vedere in loro dei peccatori, e porli in questa categoria più in generale.
Era perciò difficile pensare di frequentare qualcuno che fosse socialmente più sconveniente di un pubblicano, essendo loro persone con cui, anche con tutta la buona volontà e l’amore per il prossimo, un buon ebreo non avrebbe mai dovuto avere a che fare.
Gesù Cristo però, ancora una volta spiazza tutti, e sovverte ogni tradizione basata sul pregiudizio; chiama Matteo, e non soltanto per farlo ravvedere della sua condotta peccaminosa, ma addirittura per comprenderlo tra i suoi dodici Apostoli!
Una cosa inaudita, uno scandalo agli occhi degli integerrimi Farisei!
Eppure Gesù non se ne cura affatto, né tanto meno si cura del loro giudizio, ed accetta di sedere a tavola con Matteo e con altre persone della sua stessa risma; lo fa Lui, e con Lui i suoi primi discepoli, davanti ad un gruppo di Scribi e di Farisei scandalizzati.
Se fino a quel momento, infatti, quest’ultimi potevano avere qualche perplessità sul fatto che Gesù fosse veramente un Profeta ed un Maestro della Legge, poiché predicava innovazioni in aperto contrasto con la tradizione giudaica, dopo questo fatto non c’erano più dubbi: quel Gesù non poteva essere un Profeta, e meno di tutto poteva essere il Santo di Dio!
Come può un uomo venuto da Dio sedere in compagnia dei peggiori peccatori e mangiare alla loro tavola?
I peccatori sono coloro che, per definizione, sono lontani da Dio, lontani dalla verità, e perciò lontani dalla salvezza; condividere con loro una qualsiasi cosa equivale a contaminarsi, a cedere noi stessi al peccato o peggio, ad avvallarlo in qualche modo, quindi è una cosa assolutamente da evitare per qualsiasi ebreo pio ed osservante!
E per un cristiano?! Che cosa può insegnare a noi, oggi, questo brano della scrittura?
Gesù, con il suo gesto e le sue parole, sta dicendo a ciascuno dei suoi discepoli, e quindi anche a noi: “Io non sono venuto nel mondo perché il mondo è un posto pieno di giusti con cui mi devo complimentare, ma piuttosto perché il mondo è pieno di peccatori da chiamare al ravvedimento; così voi che siete miei discepoli, non siete stati chiamati per compiacervi l’uno con l’altro della vostra giustizia, bensì per mostrare agli altri peccatori la via che conduce alla grazia del Padre e alla salvezza.”
Sappiamo bene che il peccato più facile in cui incorriamo è quello di giudicare e condannare i peccati altrui, assolvendo nel contempo i nostri, in virtù della grazia ricevuta attraverso la nostra fede. Confessiamolo, anche noi siamo sempre pronti a puntare il dito contro qualcuno per incolparlo di qualcosa, esattamente come facevano i Farisei, credendosi giusti davanti a Dio.
Gesù però ci dice che non è così che dobbiamo agire; ma dobbiamo avere anche noi il coraggio e l’umiltà di sederci vicino a Levi, a fianco a fianco dei peccatori, e non certo perché vogliamo condividere o approvare il loro peccato, come alcune persone benpensanti possano anche ritenere vedendoci a fare questo, sulla falsariga dei Farisei; ma al contrario, come fece Gesù, lo dobbiamo fare perché abbiamo noi qualcosa da condividere con loro: ovvero l’annuncio del perdono di Dio e la sua chiamata.
Quante volte noi giudichiamo i nostri fratelli e le nostre sorelle, fratelli e sorelle nel senso d’uomini e donne con cui condividiamo: il posto di lavoro, la casa, la città, la nazione d’appartenenza, ma con cui magari non abbiamo rapporti perché vediamo in loro i “pubblicani” da evitare, perché noi non condividiamo il loro modo di pensare e d’agire, e quindi non vogliamo avere nulla a che fare con loro.
Eppure Gesù con i suoi discepoli si è seduto a tavola con loro, e chiede anche a noi di fare altrettanto.
La differenza fondamentale che esiste tra l’essere membri della Chiesa di Cristo sulla Terra, in una qualunque delle sue diverse denominazioni, ed essere membri di una qualsiasi altra associazione umana, sia essa politica, sociale, culturale, sindacale, economica, sportiva, ricreativa o di qualsiasi altra natura, sta nel fatto che chi è membro della chiesa di Cristo, ossia è Cristiano, è prima e sopra tutto il resto, un discepolo del Signore, e come tale può e deve sedere accanto a tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro convinzione politica, dalla loro condizione sociale, dal loro livello culturale, dal loro credo etico, dalla loro militanza sportiva e sindacale, perché ovunque egli vada, vicino a chiunque egli si sieda, il primo compito di un cristiano è di portare il messaggio di salvezza di Cristo a tutti gli uomini, con parole quando ciò è possibile, ma anche solo con azioni o semplici gesti, che però dimostrino agli altri in modo inequivocabile cosa significhi essere testimoni di Cristo nella propria vita.
Noi per primi dobbiamo fare lo sforzo di guardare al gesto di Gesù, che va nella casa del pubblicano Matteo e mangia e beve alla sua tavola, non con gli occhi dei Farisei, che vedono in questo gesto soltanto un segno d’approvazione della condotta biasimevole di questi uomini, e perciò si scandalizzano, bensì con gli occhi di Cristo, che vede in questi uomini dei figli di Dio che si erano perduti e che non aspettavano altro che qualcuno andasse da loro per annunciargli il perdono del Padre.
Noi per primi, credenti evangelici, pur considerando noi stessi fedeli esecutori della volontà di Cristo, a volte pecchiamo fin troppo platealmente, ogniqualvolta preferiamo fermarci nelle case rispettabili di quelli che condividono esattamente i nostri stessi valori, evitando con cura di fermarci nella casa del pubblicano Levi, per timore di contaminarci, invece di dare a questi fratelli un’opportunità di conoscere l’annuncio del perdono del Padre.
La Chiesa di Cristo è, e deve essere il luogo dove uomini e donne, aventi idee e volontà diverse, a volte anche apertamente in contrasto tra di loro, devono poter sedere a fianco a fianco come fratelli, senza alcuna discriminazione, divisi su tutto il resto magari, ma uniti nel nome del Signore.
Ogni volta che si sente dire: “Io non vado in quella chiesa perché hanno idee che io non condivido” oppure “quella chiesa non mi piace perché ci vanno persone che appartengono alla parte politica avversa alla mia” e cose simile, vuole dire che a parlare non è lo spirito di Cristo che dimora in noi e c’invita a condividerlo con il nostro fratello, bensì lo spirito di parte del mondo, che ci fa vedere nella persona che ci sta accanto il pubblicano di turno, prima ancora che il nostro fratello, e quando questo avviene è molto triste, perché vuol dire che nel nostro cuore le differenze ed i pregiudizi umani sono più forti dell’amore per Cristo.
Cari fratelli in Cristo, trovatemi un solo passo della scrittura dove il nostro Signore abbia chiuso le porte della salvezza condannando a priori un uomo o una donna.
Questo passo non esiste, perché Cristo è venuto a chiamare tutti gli uomini e le donne affinché tutti fossero salvati.
Chiuderemo allora noi le porte della sua Chiesa giudicando chi è degno di entrarvi e chi no?
Ricordiamoci che Matteo, il pubblicano, non solo ha accolto con gioia la chiamata di Cristo lasciandosi il passato dietro di sé, ma gli ha anche preparato un grande banchetto, perché ha visto in Gesù colui che ha saputo andare oltre le etichette ed i pregiudizi di questo mondo, per quanto egli sapesse bene di essere un peccatore e di non essere degno in cuor suo d’accogliere Cristo in casa sua.
Tuttavia Gesù ha voluto rompere anche quest’ultima barriera che separa coloro che si credono giusti, da quelli che riconoscono d’essere dei peccatori.
E noi, fratelli e sorelle, continueremo a guardare con disprezzo al pubblicano di turno rifiutandoci di sedere accanto a lui, o avremo anche noi, come Cristo, la volontà di andare oltre le differenze, ponendo l’amore di Cristo prima e sopra tutto il resto? AMEN
