La Bibbia: Il nuovo volto di Dio

1° - La Bibbia; verità storica, verità scientifica, verità di fede

(testo completo)

Premessa

Fino a tutto il Medioevo il mondo cristiano considerava la Bibbia come il libro che conteneva la verità assoluta, sia da un punto di vista scientifico, sia storico, sia ovviamente, dal punto di vista della fede cristiana.

Nel Rinascimento si è cominciato a mettere in dubbio la correttezza di alcune delle affermazioni della Bibbia dal punto di vista scientifico; celebre la contestazione fatta da Galileo Galilei di fronte alle gerarchie ecclesiastiche della frase pronunciata da Giosuè “fermati o sole”, quando egli scoprì che erano i pianeti a muoversi e non le stelle.

Nei secoli successivi è stata messa in discussione la scientificità di altre affermazioni bibliche; pensiamo per esempio alla teoria dell’evoluzione della specie di Darwin, in contrapposizione alla creazione biblica di Adamo ed Eva.

In epoche ancora più recenti, lo svilupparsi della ricerca storica e le nuove scoperte archeologiche hanno messo in dubbio la correttezza delle datazioni degli avvenimenti riportati nella Bibbia, se non addirittura la loro veridicità storica, quando prendiamo in esame i periodi più lontani nel tempo che non consentano riscontri oggettivi con altre fonti parallele d’informazione (metodo storico-critico).

In buona sostanza possiamo affermare che: se fino al Medioevo fede e scienza procedevano insieme, da allora in poi, la seconda si è sviluppata autonomamente, (quando non in contrapposizione) rispetto alla prima.

Nel corso degli ultimi due secoli la frattura si è approfondita in modo così netto e radicale che la Bibbia è oggi considerata solo uno strumento di fede, mentre gli studiosi le negano oggi alcuna validità scientifica.

Gli storici, d’altro canto, ricercano le conferme alla veridicità dei fatti in essa contenuti, ma il più delle volte la loro opera è diretta proprio a dimostrarne l’inesattezza e l’inconsistenza storica, in questo, purtroppo, sostenuti anche da alcuni studiosi della Bibbia che si dicono invece mossi dalla fede.

La separazione che si è creata tra verità storico/scientifica e verità di fede della Bibbia, non è rimasta priva di conseguenze; se esaminiamo oggettivamente la situazione, vediamo che si è trattato di un fatto che non ha giovato all’umanità, né dal punto di vista della verità storico/scientifica, né dal punto di vista della fede cristiana.

La contrapposizione, a volte apertamente manifestata, altre volte concretizzatasi in un reciproco ignorarsi, tra uomini di fede e laici, è stato un errore, perché lo sviluppo della società umana, invece di muoversi seguendo un cammino unitario, com’era avvenuto in passato, ha creato due percorsi separati che non riescono più a trovare un comune linguaggio per comunicare, e questo impedisce un reciproco e proficuo scambio di conoscenze.

Si potrebbe facilmente ripercorrere a ritroso la storia umana alla ricerca delle singole responsabilità di tutto questo, però rimpallarsi le colpe non giova a nessuno; può invece essere utile individuare gli errori fatti da entrambe le parti se questo ci permette di correggerli.

La domanda a cui dobbiamo cercare di dare una risposta è piuttosto la seguente: “La Bibbia contiene solo una verità di fede o contiene anche una verità scientifica?”.

In altre parole, il contenuto della Bibbia è vero solo per coloro che credono nel messaggio rivelato da Dio e da Cristo agli uomini, oppure tutto quanto è contenuto nelle Sacre Scritture ha un fondamento storico e scientifico?

Le posizioni contrapposte

In passato quasi tutti gli uomini avrebbero sottoscritto, senza esitazione, la seconda delle ipotesi. Oggi un fronte variegato di persone, tra cui spiccano appunto gli uomini di scienza, gli storici, i laici in generale, non attribuiscono alla Bibbia alcuna valenza scientifica e anche dal punto di vista storico nutrono molti dubbi su una buona parte di essa.

Per contro dall’altra parte troviamo un altro gruppo variegato composto dalle Chiese cristiane ufficiali e non, e da una miriade di uomini e donne che dichiarano di credere e professare la religione cristiana. Tutti questi, con molti distinguo, dichiarano di accettare la Bibbia come libro che contiene la verità in materia di fede; per quanto attiene alla veridicità storico/scientifica del contenuto della Bibbia, però, oggi anche molti di costoro nutrono dei dubbi.

Facciamo un passo indietro per cercare di ricostruire brevemente come sono andate le cose. Torniamo al periodo pre-rinascimentale; in Europa fino ad allora la Chiesa era stata l’unica depositaria del sapere umano, un sapere antico che era custodito gelosamente da pochi eletti e il più delle volte usato per assoggettare le masse, tenute nell’ignoranza.

Possiamo dire che fuori dalla Chiesa non solo non c’era salvezza (come si afferma ancora oggi da parte della Chiesa Cattolica Romana) ma non c’era neanche cultura, scienza, progresso e sviluppo.

Solitamente chi detiene il potere ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo, e guarda con sospetto a tutti i cambiamenti che possono minacciare tale potere. La Bibbia era un libro antico scritto molti secoli prima, e la Chiesa Medievale ne aveva il monopolio, e attraverso d’essa, o meglio della sua interpretazione esclusiva, esercitava questo monopolio sull’intero mondo cristiano.

Mettere in dubbio la Bibbia equivaleva ad un’eresia punita con la morte; ma anche solo contestare l’interpretazione ufficiale della Bibbia data dalla Chiesa equivaleva ad andare incontro a persecuzioni sicure (ne sanno qualcosa i molti “eretici” che a più riprese sono finiti sul rogo).

L’interpretazione delle Scritture non riguardavano, purtroppo, solamente la parte teologica, su cui al limite la Chiesa medievale poteva avere una qualche pretesa di esclusività, ma era considerata eresia qualsiasi novità che, anche solo lontanamente, potesse mettere in discussione l’interpretazione ufficiale data dalla Chiesa perché questa poteva diventare la crepa che avrebbe fatto vacillare l’edificio del potere temporale della Chiesa stessa.

Questo spiega ad esempio l’accanimento con cui la Chiesa Cattolica Romana ha negato ufficialmente, fino a tempi recenti (anni 80 del secolo scorso!), la teoria di Galileo e il perché l’ha avversata con forza fin dall’inizio, anche se di fatto non metteva in discussione alcun principio teologico.

Il primo grande errore è stato quello di “chiudere la Bibbia” a qualsiasi forma di discussione da parte dei teologi con i “non addetti ai lavori”, cioè i non appartenenti al clero.

In questo modo gli uomini c. d. “di scienza”, esclusi da una qualsiasi forma di dialogo, impossibilitati a far accettare alle autorità religiose le nuove idee, nonché le scoperte tecnico scientifiche che l’umanità ha cominciato ad elaborare con ritmo sempre più incessante, non hanno potuto fare altro che rompere con la tradizione cristiana e percorrere da soli la nuova via che si era aperta.

Come spesso accade a farne le spese di questa rottura non è stata solo la Chiesa istituzione, ma anche il messaggio di fede e il libro dove esso era contenuto: la Bibbia.

L’oggetto del contendere

Questo però non risponde ancora alla domanda che ci siamo posti sulla scientificità o meno del contenuto biblico. Proviamo allora a tornare ancora un po’ più indietro nel tempo, fino ai tempi in cui la Bibbia è stata scritta, ispirata da Dio.

Il contesto era senz’altro molto diverso da quello di oggi, tanto diverso che noi oggi facciamo fatica persino ad immaginarlo, eppure noi uomini del XXI° sec. continuiamo a leggere la stessa Bibbia scritta e letta per la prima volta più di tremila anni fa!

Quando Dio si rivolgeva agli Israeliti parlava a delle persone che conoscevano solo una minima parte delle cose che per noi oggi sono ovvie e quotidiane, eppure essi dovevano capire quello che Dio diceva loro; nello stesso tempo Dio deve dire a noi oggi le stesse cose, usando sempre lo stesso testo: la Bibbia!

Questo da solo ci dovrebbe far riflettere sulla natura del linguaggio utilizzato nella Bibbia.

Supponiamo di dover rispondere ad un bambino che ci chiede di conoscere il modo in cui è venuto al mondo; se rispondessimo dicendo che la mamma e il papà hanno atteso insieme il suo arrivo, e poi dopo nove mesi è arrivata la cicogna che l’ha portato, diremmo una falsità?

Forse sì, perché scientificamente i bambini non li porta la cicogna, eppure fino ad un recente passato questa era la risposta che i genitori davano ai bambini piccoli che non erano in grado di capire il meccanismo della sessualità.

Da un punto di vista scientifico questa risposta non è corretta, e sicuramente se a porre questa domanda fosse un adulto ad un medico, riceverebbe una risposta assai differente; si parlerebbe di rapporto sessuale, ovuli e fecondazione, ma francamente ad un bambino di quattro anni che chiede si sapere come è venuto al mondo è forse più importante far sapere che la sua nascita è stato un atto d’amore dei suoi genitori, e che l’anno voluto ed atteso con impazienza per ben nove mesi.

Quando il bambino sarà in grado di capire meglio queste cose si renderà conto che la cicogna era un’immagine allegorica a cui i genitori hanno attinto per rendergli più comprensibile il fatto, e non rimprovererà sicuramente ai genitori di avergli “mentito” a proposito della sua nascita.

Se torniamo al nostro problema del linguaggio usato dalla Bibbia possiamo capire perché la Bibbia, quindi Dio, abbiano usato un linguaggio che oggi agli occhi dei c. d. “uomini di scienza” appare cosi “privo di fondamento scientifico”.

Questo però è stato il secondo grande errore commesso sulla Bibbia: visto che il linguaggio usato nella Bibbia è poco o per nulla scientifico, tanto da distorcere la realtà, si è arrivati alla conclusione che anche i fatti in essa narrati siano, talvolta, frutto della fantasia degli autori, per cui la Bibbia non può essere considerata una base storico/scientifica affidabile su cui poter lavorare.

Questa “frattura” sul cammino dello sviluppo umano si sarebbe potuta evitare se solo scienza e fede fossero rimaste almeno in contatto tra di loro, anche se non più unite in un “unico corpo” come era stato in passato, in tal modo avremmo potuto avere uno sviluppo unitario ed armonico della società umana; la Chiesa avrebbe accettato il naturale sviluppo tecnico, scientifico e culturale dell’uomo, e la scienza avrebbe aiutato la Chiesa a tradurre in immagini attuali i contenuti della Bibbia che invece ancora oggi ci sono presentati con immagini attinte da una realtà vecchia di venti, trenta secoli!

Due concezioni del mondo a confronto…

Purtroppo così non è stato; gelosie e diffidenze reciproche lo hanno impedito, portando in questo modo ad uno sviluppo di uno studio scientifico e di uno studio teologico tra loro separati.

L’inarrestabile progresso scientifico, specie negli ultimi decenni, è davanti ai nostri occhi, al punto di essere persino superiore rispetto alla nostra più lenta capacità di adattamento, e a volte ci fa anche un po’ paura.

La genetica ad esempio sembra essere la nuova frontiera dell’umanità: l’uomo per la prima volta nella sua storia è arrivato ad un passo (e forse è già in grado di farlo) dal “ricreare sé stesso”.

La Chiesa (inteso come insieme delle chiese) nutre un forte timore rispetto a questa inquietante prospettiva perché quello che fino a ieri sembrava l’esclusivo “dominio di Dio”, la genesi umana, ora è nelle mani dell’uomo a cui si aprano, almeno in teoria, le porte dell’eternità. L’unico freno rimasto sembra essere un tenue vincolo di carattere etico, che sicuramente non mancherà di cadere molto presto.

Anche la fede ovviamente non si è fermata, negli ultimi cinque secoli si sono succeduti avvenimenti epocali con la creazione di varie “confessioni”, e all’interno di queste lo studio della scrittura è continuato freneticamente. Il contenuto della Bibbia è stato letto e reinterpretato da ogni generazione successiva di cristiani per renderlo coerente e compatibile con il mutare della società umana. Possiamo dire che la cristianità si è evoluta radicalmente negli ultimi secoli così come si è evoluta tutta la società.

Il terzo grande errore è stato causato proprio dall’evoluzione separata di scienza e fede: laddove un progresso di pari passo dello studio della Bibbia, da un punto di vista sia teologico, sia scientifico, avrebbe permesso all’umanità di fare un vero grande balzo in avanti, avvicinandoci alla comprensione del progetto di Dio per l’umanità di cui ci parla la Bibbia, due evoluzioni separate di scienza e fede, così come è avvenuto negli ultimi cinque secoli, ha creato uno sviluppo incompleto e distorto, e sta avendo conseguenze estremamente negative per l’umanità che, spaccata in due, viaggia verso un futuro di autodistruzione.

Parole a prima vista forti ma non più di tanto se esaminiamo la cosa con attenzione.

Che cos’è veramente la Bibbia? In sintesi la potremo definire come: “La storia del rapporto, o dei rapporti, tra l’umanità e Dio”. Come in ogni storia ci sono dei protagonisti, in questo caso sono due: il genere umano da una parte, un’entità superiore dall’altra che noi chiamiamo Dio, e che la Bibbia ci dice essere il nostro creatore.

L’umanità la conosciamo bene, visto che siamo parte di essa, la Bibbia ci parla della società umana descrivendocene di volta in volta i caratteri e le strutture, che sono gli avvenimenti che interessano tanto agli storici che ricercano le famose conferme nella Bibbia.

Le difficoltà iniziano quando dobbiamo parlare e descrivere l’altro protagonista: Dio. Pur essendo il vero protagonista di tutto, Creatore dell’universo, Creatore dell’uomo, nonché ispiratore diretto della Bibbia, Dio non gradisce presentarsi in pubblico; benché le sue apparizioni ed i suoi interventi siano abbastanza frequenti, non lasciano un segno o una prova duratura e concreta tanto da poter dire una volta per tutte e in modo definitivo: questo è Dio, Dio è là, Dio esiste!

Quello che lascia estremamente delusi gli storici e gli scienziati, che leggono la Bibbia alla ricerca della prova dell’esistenza di Dio, è proprio che in tutta la Bibbia non c’è una sola prova di questo genere! Dio è come l’aria che respiriamo, è dappertutto intorno a noi, ma noi non la possiamo né toccare né vedere, sappiamo che c’è perché continuiamo a respirare e perché non potremmo sopravvivere senza.

Così Dio ha scelto di rivelarsi solo attraverso la fede: se ho fede ho la prova dell’esistenza di Dio in ogni cosa che vedo, sento, tocco o faccio; se perdo la mia fede ogni prova di Dio svanisce con essa.

Potremmo anche biasimare Dio per questo suo comportamento così “poco umano”, potremmo anche non essere d’accordo con le sue scelte, ma è sicuro che noi uomini non siamo in condizione di cambiare le cose.

Quello che però possiamo fare è “fare finta” che Dio non esista trovando delle risposte e delle giustificazioni ad ogni cosa che esiste nel creato che escludono la presenza di Dio, che è quello che più o meno sta facendo ora la scienza oggi, salvo lasciare senza risposta le domande impossibili quale: chi ha creato il tutto se non c’è Dio?

Per contro dall’altra parte, i credenti della Bibbia, tendono a semplificare tutto rimandando a Dio ogni cosa.

Si tratta in realtà di due atteggiamenti che mostrano entrambi dei limiti, quei limiti che derivano dal fatto di voler dare risposte separate ad un’unica domanda che potrebbe avere una risposta più soddisfacente se si unissero gli sforzi verso il comune obiettivo.

Cerchiamo di vedere ora dove è arrivata la scienza da sola e quale sono i suoi limiti, e poi faremo la stessa cosa nei confronti della fede.

…cosa dice la scienza…

Così come è stata scritta, la Bibbia si rivolge non a delle persone di scienza ma all’uomo comune. Il linguaggio è volutamente semplice perché il suo scopo è quello di raggiungere i cuori di tutti gli uomini. Le immagini usate sono elementari, come potrebbe essere quella citata della cicogna per il bambino, perché devono trasmettere un messaggio facilmente percepibile da tutti.

Linguaggio semplice e immagini elementari non significano però superficialità ed imprecisione o peggio ancora falsità. Al contrario la Bibbia è vera dalla prima all’ultima frase, se solo noi sappiamo dare ad esse il corretto significato, cosa che purtroppo non ha fatto la scienza negli ultimi cinque secoli.

Vuoi perché impossibilitata, vuoi perché osteggiata, vuoi anche solo per sfida verso la fede, l’uomo che ha rifiutato Dio ha rigettato anche la Bibbia come “frutto della fantasia e dell’ignoranza degli antichi”.

In effetti gli uomini di scienza non avrebbero mai trovato nella Bibbia, né la formula chimica della penicillina, né la spiegazione della fusione dell’atomo, né la mappa del genoma umano.

Non erano questi gli scopi per cui la Bibbia è stata scritta, tuttavia, tutte queste scoperte scientifiche fanno parte del sapere che Dio ha messo a disposizione dell’uomo e di cui l’uomo si sta appropriando passo dopo passo, pensando però di esserne lui stesso l’artefice. Avendo rimosso la figura di Dio chi altri potrebbe esserne l’artefice infatti?

La Bibbia si preoccupa invece di insegnare all’uomo l’uso corretto del sapere educandolo all’amore per il proprio creatore e per il suo prossimo.

Avendo rimosso Dio quale creatore, chi guiderà l’uomo nell’uso delle scoperte scientifiche e del sapere in generale? (Quale etica?)Ecco qual è il grande limite della scienza.

 

…cosa dice la fede…

Vediamo ora la fede; evolvendosi separatamente dalla scienza, a sua volta ha causato gravi danni allo sviluppo dell’umanità. Oltre al già citato conservatorismo esasperato della Chiesa medievale, che per oltre un millennio ha rallentato lo sviluppo dell’umanità, e che ha poi provocato la ribellione e il distacco della scienza nei secoli successivi, ha di fatto cronicizzato la frattura chiudendosi ad ogni dialogo con il mondo scientifico contemporaneo.

Potremo dire che l’uomo che viveva ai tempi del re Davide o a i tempi di Gesù aveva usi e costumi che con il passare del tempo si sono evoluti radicalmente, per giungere fino all’uomo di oggi. Ai tempi del re Davide e di Gesù si andava a piedi o al massimo a cavallo, si viveva in capanne o case di fango, si coltivava la terra o si allevava bestiame, si moriva facilmente di malattie, senza che nessuno sapesse neanche cosa fosse a provocarle, si era servi o schiavi senza diritti, si pensava che la terra fosse piatta, non si conosceva altro mezzo per illuminare che l’olio e il grasso animale e così di seguito;

oggi si viaggia comodamente in auto o in aereo, si vive in case con tutti i comfort, si lavora sui PC, parliamo con cellulari e tablet, abbiamo ospedali attrezzati per i più difficili interventi chirurgici, votiamo democraticamente ed abbiamo dei diritti riconosciuti, guardiamo galassie lontane e comunichiamo istantaneamente fino ai confini della terra.

La Chiesa ha resistito fino all’ultimo e si è sempre opposta con ogni mezzo all’evoluzione della società e al progresso scientifico giudicandoli (a torto) una minaccia per sé stessa e per la parola di Dio, avendo come punto di riferimento la società fotografata nella Bibbia.

Non è casuale che lo sviluppo tecnico scientifico abbia avuto un’accelerazione esponenziale proprio negli ultimi due secoli, cioè quando il potere della chiesa aveva ormai perso la sua pesante coercizione. 

Oggi le Chiese in genere accettano (più o meno di buon grado) o dovremmo dire “subiscono”, la società tecnologica che la scienza ha creato, e cercano di correre ai ripari puntando sul recupero sociale dell’umanità.

In realtà l’unico effetto che la Chiesa otterrà da questo tipo di intervento sarà solo quello di allungare la serie di errori commessi in passato.

La società attuale è evidentemente troppo diversa da quella biblica, a nulla è servito frenarne lo sviluppo nei secoli per rimanere ancorati alla tradizione biblica, anzi l’effetto ottenuto è stato quello di “ateizzare” la società ed allontanare l’uomo dalla fede.

L’uomo tecnologico, senza più un riferimento etico, è di fatto allo sbando perché sta usando la scienza senza alcun controllo.

 

Un risultato poco confortante

Il quarto grande errore è stato la diretta conseguenza dei primi tre: la società umana si è evoluta anche senza, o contro, l’assenso della Chiesa depositaria della parola di Dio sulla terra, e questo grazie alla scienza.

La Chiese a questo punto, separata dalla scienza, non ha saputo far evolvere il messaggio contenuto nelle Bibbia per adeguarlo alla società che cambiava e che non era più quella descritta nella Bibbia.

La società moderna, che si definisce laica, è la diretta conseguenza del passaggio dell’umanità attraverso le epoche del Rinascimento, dell’Illuminismo e dell’era tecnologica; come può l’uomo del XXI° secolo riconoscersi in fatti e personaggi vissuti e descritti con gli occhi di venti/trenta secoli prima?

Ma soprattutto come può accettare e credere in un Dio che non ha mai visto e che le scritture presentano come una sorta di essere dotato di “poteri soprannaturali” di cui la scienza si sforza di dimostrare la non esistenza?

La Bibbia ci presenta Dio con delle immagini che dovevano essere comprese da un uomo che, come abbiamo visto, era molto diverso dall’attuale; così come si è evoluto l’uomo in questi secoli, anche l’immagine di Dio doveva subire un’evoluzione per renderla comprensibile ed accettabile agli occhi dell’uomo moderno, ma la Chiesa non ha mai ricercato od accettato la collaborazione della scienza, che avrebbe invece potuto presentarla sotto una nuova veste facendone propri i contenuti anziché osteggiandoli.

L’immagine di Dio e rimasta relegata nella Bibbia così come ci è stata descritta dagli antichi, mentre gli uomini di scienza hanno semplicemente negato la sua esistenza, secondo il noto principio che tutto ciò di cui non si può dimostrare l’esistenza, fino a prova contraria, non esiste.

Per contro gli uomini di fede hanno puntato tutta la loro attenzione su Gesù Cristo, cioè il “Dio fattosi uomo” perché molto più facile da spiegare e presentare all’umanità.

Alla domanda: “chi è Dio?” che molti uomini si sono fatti e si fanno tuttora, la Chiesa ha risposto che era un tale di nome Gesù Cristo vissuto in Palestina duemila anni fa, che è venuto giù dal cielo e che vi è poi ritornato, perché è risorto, dopo essere morto a 33 anni, e ha detto che in un futuro imprecisato ritornerà ancora. Punto!

La scienza non ha nulla da ridire su questo fatto, una volta che gli storici o gli archeologi avranno confermato, senza ombra di dubbio, che veramente un tale Gesù di Nazareth è vissuto in quell’epoca, il caso è stato chiuso, tutto il resto è ritornato nel campo della fede e non interessa più alla scienza, che lascia alla storia un successivo giudizio, dove e quando nuove prove storiche lo renderanno necessario.

 

Ricomincio da Dio!

La Bibbia, tuttavia, ci dice ben altro circa la figura di Dio. Identificare semplicemente Cristo “vero Dio e vero uomo” con Dio, è una scorciatoia che è stata adottata per comodità, ma che non può lasciare soddisfatto chi legge la Bibbia per capire il progetto di Dio.

La Bibbia ci dice chi è Dio, ma ce lo dice usando le parole pronunciate da degli uomini di tanto tempo fa che, come abbiamo visto, erano molto diverso da noi.

Ha ancora senso che noi continuiamo a descrivere Dio con quelle parole e rappresentarlo con quelle immagini usate allora, o non sarebbe meglio rivedere il tutto e rappresentare Dio come lo vedrebbero e lo descriverebbero gli occhi degli uomini del XXI° secolo?

Ha ancora senso per un uomo adulto descrivere la sua nascita come “opera della cicogna”, come gli era stato detto quando era un bambino, o non è più logico e corretto usare le parole mutuate dal linguaggio scientifico: rapporto sessuale, fecondazione, ovulo, parto etc.? Diciamo ancora le stesse cose, descriviamo ancora lo stesso avvenimento, però usiamo delle immagini diverse, immagine che sono più percepibili e quindi più efficaci.

Lo scopo della Bibbia è quello di trasmettere la “Parola di Dio” (quindi la sua volontà) agli uomini, ma se l’umanità è mutata, si è evoluta (e per questo anche lo studio della Bibbia, che non si è mai fermato ma si è evoluto per poter trasmettere efficacemente la parola di Dio all’umanità), perché la figura o meglio la rappresentazione di Dio è rimasta immutata?

E’ stata una carenza o una scelta deliberata?

La risposta sta nel mezzo: un po’ l’una e un po’ l’altra; la causa va ricercata proprio nella separazione tra scienza e fede.

L’evoluzione della figura di Dio poteva essere realizzata solo con l’apporto congiunto della scienza e della fede, laddove questi due filoni dello sviluppo umano viaggiano separatamente, non vi può essere tale evoluzione, e questo è ciò che purtroppo è avvenuto.

Dio si può percepire solo attraverso la fede mentre la scienza è incapace di percepirlo (provarne l’esistenza) da sola. La scienza tuttavia dischiude all’uomo le conoscenze che Dio ci ha messo a disposizione, senza tuttavia rendersi conto della loro fonte. In sostanza la scienza da sola percepisce le opere e il sapere divino senza rendersi conto della loro provenienza divina.

La fede, per contro, percepisce l’esistenza della divinità ma non riesce a percepirne le manifestazioni perché non ha a disposizione gli strumenti della scienza, conseguentemente, l’immagine di Dio rimane nebulosa ed ancorata ad una visione arcaica come quella descritta nella Bibbia.

 

…proviamo a lavorare insieme…

Si tratta di un concetto abbastanza difficile ma che possiamo semplificare con alcuni esempi.

Prendiamo ancora la frase di Giosuè “fermati o sole”. Per gli antichi il sole era un disco di fuoco che girava nel cielo attorno alla terra, per cui era naturale per Giosuè chiedere a Dio di arrestarne momentaneamente la corsa allo scopo di avere ancora la luce necessaria per terminare vittoriosamente la battaglia in corso. La Bibbia ci dice che Dio ascoltò la supplica di Giosuè e il sole non tramontò se non a battaglia vinta. Come reagiamo noi oggi di fronte a questo avvenimento?

Per gli uomini di scienza si tratta di una mistificazione, primo perché non è il sole a girare ma la terra, quindi tutto il racconto appare chiaramente frutto della fantasia dei narratori;

secondo perché sarebbe comunque impossibile fermare il moto rotatorio dei pianeti, quindi per gli scienziati questo è un chiaro esempio di come la Bibbia non sia un libro scientifico, ma solo un racconto epico/religioso di un popolo antico.

Per gli uomini di fede ovviamente si tratta di uno dei tanti miracoli che la Bibbia ci riporta: è opera di Dio e Dio può tutto.

Siamo di fronte a due situazioni contrapposte che non sembrano poter avere alcuna possibilità di conciliazione, ma proviamo a ragionare un momento.

Partiamo dal presupposto che la Bibbia dica la verità, cioè che questo episodio non sia frutto della fantasia dell’autore ma sia realmente accaduto, come potrebbero essere andate veramente le cose? Quale realtà scientifica potrebbe spiegarle?

Rileggiamo il tutto con gli occhi di un uomo di fede e di scienza del XXI° secolo; Giosuè credeva che fosse il sole a girare e quindi ha chiesto a Dio di fermare momentaneamente il sole, Dio ovviamente sapeva bene, come anche noi sappiamo oggi, che non era il sole a girare e quindi non ha certo fermato il sole, ma nonostante tutto ha esaudito Giosuè mantenendo la luce solare per tutto il tempo necessario a vincere la battaglia!

Come ha fatto? Si è veramente trattato di un miracolo o cosa?

Per allora fu un miracolo perché a quel tempo l’uomo non era certo in grado di realizzare una cosa simile, ma oggi la stessa cosa sarebbe ancora tecnicamente impossibile, cioè “umanamente” impossibile?

Ci sarebbe ancora bisogno di fermare il sole, o la rotazione della terra se preferite?

No, oggi noi potremmo ottenere lo stesso effetto se in orbita ci fosse un’enorme specchio che riflette la luce solare su un’area limitata, quale potrebbe essere un campo di battaglia, dando così l’impressione a chi osserva da terra che il sole non tramonti. Ma se questo è oggi tecnicamente possibile per noi uomini del XXI° secolo (il progetto è stato elaborato da alcuni scienziati russi), lo era tanto più per il Dio di allora da cui discendono tutte le conoscenze.

A questo punto arriviamo al nocciolo della questione: Dio come operò veramente? Fermò come per magia la rotazione della terra o pose più semplicemente una sorta di specchio in orbita attorno alla terra come faremmo noi oggi? Possiamo ritenere che la seconda ipotesi sia la più verosimile!

Passiamo ad un altro esempio su un episodio cruciale descritto nella Bibbia: la nascita di Gesù.

La Bibbia ci dice che Gesù figlio di Dio viveva prima di tutti i secoli presso il Padre ma che un bel giorno, per opera dello Spirito Santo, si è incarnato nel ventre di una donna vergine e che è nato come uomo.

Per gli uomini di scienza questo avvenimento ha dell’incredibile, per non dire dell’impossibile, visto che non credono, né in Dio, né nello Spirito Santo, e che una donna vergine non può (o per lo meno non poteva allora) rimanere incinta da sola senza l’intervento di un uomo.

La spiegazione più ovvia per tutti gli scienziati (anche se ben pochi si azzardano a sostenerla pubblicamente, per timore delle reazioni che scatenerebbe negli uomini di fede), è che la vergine Maria sia rimasta incinta per opera di Giuseppe (o di un altro uomo) e che il figlio da lei nato Gesù non solo non fosse il figlio di Dio (che non esiste) ma che nella migliore delle ipotesi fosse stato il frutto di una relazione prematrimoniale, o nella peggiore, addirittura un figlio adulterino!

Per gli uomini di fede ovviamente le cose sono andate esattamente come dice la Bibbia.

Anche qui siamo di fronte a due interpretazioni diametralmente opposte, proviamo quindi a ragionare sul racconto Biblico cercando di vederlo con gli occhi dell’uomo di oggi.

Se accetto che la Bibbia abbia detto il vero, anche in questo caso sono di fronte ad un intervento divino, poiché allora l’uomo non poteva realizzare nulla di simile. Oggi però la scienza rende possibile un simile intervento: con una semplice fecondazione artificiale anche una vergine può rimanere incinta e partorire un figlio da vergine.

Quello che dobbiamo chiederci è se la descrizione della scena riportata nella Bibbia “per opera dello Spirito Santo” non sia in realtà un’immagine che gli antichi hanno utilizzato per descrivere un intervento di fecondazione artificiale operato da Dio su Maria.

Anche questa risposta sembrerebbe la più verosimile!

Se esaminassimo la Bibbia alla ricerca di tutti gli avvenimenti in cui vi è l’intervento diretto di Dio nelle vicende umane e li guardassimo con gli occhi, non dell’uomo di fede d’allora, ma bensì dell’uomo di fede e di scienza del XXI° secolo, cioè alla luce delle conoscenze che lo sviluppo tecnico scientifico ha portato in questi ultimi cinque secoli, la figura di Dio ne uscirebbe notevolmente cambiata.

Unire il sapere che ci è derivato dalla scienza, alla fede, piuttosto che utilizzarlo in opposizione ad essa, ci può aprire le porte ad una nuova e più attuale concezione di Dio; il Dio non più del bambino che ha bisogno dell’allegoria della cicogna per capire da dove viene, ma il Dio dell’uomo adulto che riconosce in Lui l’amorevole Padre Creatore di cui ci parla Cristo, che evidentemente è più comprensibile ed

accettabile dall’uomo moderno rispetto al Dio essere soprannaturale che opera i prodigi quasi fosse una sorte di “mago” disceso dal cielo.

Certo questa nuova visione ci porterebbe ad un radicale mutamento di molte delle nostre convinzioni scientifico/religiose, anche se, paradossalmente, né le scoperte scientifiche fin qui fatte dall’uomo, né il messaggio dell’Evangelo contenuto nella Bibbia, sarebbero cambiati nella sostanza.

Il grosso ostacolo da superare perché si possa arrivare a questo è proprio dato dal fatto che la forma nella realtà umana spesse volte conta più della sostanza!!!

E’ veramente pronta l’umanità ad accettare una nuova immagine di Dio?

Fino ad oggi l’immagine che l’uomo ha di Dio è quella di un essere misterioso che vive in un luogo imprecisato lassù nei cieli, qualcuno se lo immagina come un vegliardo dalla barba bianca, tipo Babbo Natale, sulla scorta del fatto che la Bibbia ci dice che lui ci ha creati a sua immagine e somiglianza, (forse è proprio per questo che Dio non ha mai voluto essere rappresentato, ma si sa la fantasia umana corre veloce); altri preferiscono guardare a Dio come Gesù, nella sua forma umana per non porsi troppi problemi; altri ancora si astengono dal pronunciarsi per timore di calpestare un terreno minato in cui nemmeno la Chiese amano avventurarsi, i più se la cavano semplicemente che Dio è puro Spirito e non ha né forma, né corpo (anche se la Bibbia dice altrimenti).

La cosa sicura, tuttavia, è che qualunque sia il modo in cui ci immaginiamo Dio, e nonostante le rassicurazioni dateci da Gesù sulla figura del Padre che ci ama, noi continuiamo a temerlo perché vediamo in lui un potere ed una forza smisuratamente più grande di noi, potere e forza che sono visti come soprannaturali, cioè “non umani”.

L’immagine di Dio che uscirebbe da una rilettura della Bibbia con gli occhi dell’uomo di fede e scienza del XXI° secolo sarebbe molto diversa e non mancherebbe di sorprenderci perché molto più vicina a noi, ma nel contempo del tutto inaspettata.

La rinnovata immagine di Dio sarebbe molto più simile ad un sapiente nel senso moderno del termine, cioè ad uno scienziato, piuttosto che ad una sorta di “mago” dai poteri soprannaturali.

Il suo potere creativo deriverebbe infatti dalla conoscenza assoluta del creato e delle leggi che lo regolano, obiettivo che la scienza umana tenta di raggiungere senza per ora riuscirvi. 

Il risultato finale comporterebbe quindi di abbandonare la visione “miracolistica” di Dio, che, purtroppo, è ancora tanto cara a molti dei credenti, per passare ad un’immagine di un Dio che opera in base a capacità scientifiche che solo la nostra ignoranza o scarsa conoscenza del creato li fa apparire “soprannaturali”.

Che cosa possiamo rispondere dunque alla domanda: “la Bibbia contiene solo verità di fede o anche una verità storico scientifica?”

La verità è una sola, è sempre stata una prima che scienza e fede si separassero, sarà nuovamente una al compimento del progetto di Dio.

Il vero limite umano è che oggi l’uomo non riesce a percepire la verità per la sua ostinata cecità; fintanto che l’uomo si arroccherà a difesa dei propri piccoli interessi a scapito del più grande interesse dell’umanità, quello di ritrovare la piena comunione con il Padre Creatore, sussisteranno queste conflitti e queste discussioni.

La cosa che possiamo auspicare è che Dio mostri agli uomini la strada per ricondurre l’umanità all’unità in modo da far cadere dai nostri occhi quel velo che è forse l’ultimo ostacolo che ancora ci preclude la piena conoscenza di Dio.

2° - Il volto di Dio nel XXI°

 

Premessa

Quando parliamo di Dio, Dio Padre per intenderci, siamo colti da un certo imbarazzo, sia che ne parliamo con un “non credente”, sia che ne parliamo con dei fratelli cristiani. Al di fuori del culto o del momento delle preghiere, parlare di Dio, spesso è vissuto ancora come una sorta di tabù.

È probabile che questo “sacro timore” sia un’eredità che ci viene dal popolo d’Israele, dove l’immagine di Dio era così terrificante che, come ci dice la scrittura, un uomo che avesse visto Dio sarebbe morto!

L’uomo non era destinato a vedere Dio se non in particolarissime occasioni, dove Dio stesso si manifestava apertamente ad alcuni uomini rassicurandoli che non sarebbero morti per questo.

Allo stesso modo, all’uomo era (ed è tuttora) proibito rappresentare Dio con immagini grafiche o scultoree, anche di fantasia, comando non sempre osservato alla lettera ma che, forse sempre a causa di quella reminiscenza che ci portiamo dietro, finisce per condizionarci.

A tal proposito possiamo pensare alla moltitudine di rappresentazioni pittoriche e scultoree aventi per oggetto immagini religiose (specialmente nel mondo cattolico) quasi sempre raffiguranti santi, madonne e Cristi, ma quasi mai la figura del Dio Padre.

In effetti, se nell’AT il popolo d’Israele si guardava bene dal violare il Secondo Comandamento, ed evitava di rappresentare la divinità, con la venuta di Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, il cristiano ha cominciato a rappresentare Dio sotto la forma umana di Cristo e questa è l’immagine che molti cristiani hanno oggi di Dio, o forse sarebbe meglio dire è l’immagine che adottano comunemente di Dio, perché molto più facile da percepire.

Se tuttavia nella Bibbia vi è un divieto per quanto riguarda la rappresentazione visiva di Dio, così come sono poche le apparizioni dirette di Dio agli uomini, molto più frequenti sono le descrizioni delle qualità caratteriali di Dio e ancora maggiori sono i suoi interventi presso gli uomini per aver parlato per mezzo dei profeti e per aver esaudito le preghiere a Lui rivolte dai fedeli.

In buona sostanza, la Bibbia ci dice poco o nulla circa l’aspetto “fisico” di Dio Padre, per essersi presentato agli uomini di persona troppe poche volte, se non dal fatto che Egli ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, per cui in qualche modo se noi assomigliamo a Lui è giocoforza che anche Lui assomigli a noi!

Per contro la Bibbia ci descrive minuziosamente il volere di Dio, ci parla in ogni momento del suo amore per noi uomini, del suo desiderio di paternità nei nostri confronti, della sua disponibilità a correre in nostro aiuto ogni qualvolta glielo chiediamo, della sua attenzione verso di noi, nel correggerci quando sbagliamo.

Tutto questo permette di farci una chiara immagine del suo carattere e del suo modo di pensare, la Bibbia ci mostra inoltre il cammino che Dio ha percorso nei confronti dell’umanità.

La nostra fede di credenti in Dio, attraverso Gesù Cristo suo figlio, deriva proprio dal sapere che Dio è così, che quello che è scritto nella Bibbia è ciò che Egli ci ha detto e promesso a più riprese, sia attraverso i profeti dell’AT, sia per bocca di suo figlio Gesù Cristo, nonché dello Spirito Santo, che ha parlato per bocca degli Apostoli di Cristo e dei loro successori.

Questo è tuttora il patrimonio delle chiese cristiane, patrimonio che è distribuito agli uomini che si avvicinano a Cristo; questo è passato indenne attraverso XX secoli di storia umana ed è giunto fino a noi, ed è quello che noi trasmettiamo a quelli che verranno dopo di noi nella Chiesa, e che a loro volta trasmetteranno alle future generazioni fino al ritorno di Gesù Cristo.

 

Alla ricerca di Dio

Tuttavia, la parola della Scrittura pur essendo sempre la stessa nel tempo, attraverso il tempo si mostra sempre con vesti nuove, perché l’uomo cambia, ed ogni generazione ha saputo leggere nella Bibbia sempre cose nuove per adattarle ai tempi che cambiano.

Siamo giunti nel XXI°, e questo secolo si presenta molto diverso dai precedenti; l’uomo di questo secolo sembra essersi distaccato dalla fede, sembra non credere più al divino, sembra essere diventato schiavo del materiale, cioè di quello che si può toccare con mano, ma ancor più che toccare, “vedere” con gli occhi.

La società “occidentale” attuale, è definita la società dell’immagine: non è tanto importante ciò che “è” realmente ma ciò che appare!

In realtà non è il bisogno di credere in Dio che è venuto meno, anzi se andiamo oltre l’apparenza e scaviamo in profondità, ci accorgiamo che l’uomo di oggi è tuttora alla ricerca della divinità, il problema sta piuttosto nell’incapacità di trovarla.

Incapacità dovuta alla difficoltà di comprendere il messaggio che così come è divulgato (nello stesso modo di ieri, sia pur con qualche evoluzione), non riesce a giungere nel cuore degli uomini del nostro tempo.

La situazione di oggi la si potrebbe rappresentare con una stazione radio che trasmette un programma molto interessante con un’audience potenziale elevata, ma che trasmette su di una frequenza che ormai la maggior parte degli apparecchi radio in commercio non riesce più a captare.

La Bibbia, cioè il messaggio Cristiano è valido oggi come lo era un secolo o dieci secoli fa, però oggi occorre comunicarlo in modo nuovo altrimenti non riuscirà a raggiungere il cuore degli uomini del nostro tempo, che sono sì alla ricerca di Dio, ma non riescono a “sintonizzarsi” sulla sua parola perché, purtroppo, le stazioni che trasmettono oggi, ovvero le chiese cristiane, stanno usando una frequenza “vecchia” che trova pochi ascoltatori sintonizzati.

La nostra è una società dell’immagine abbiamo detto; l’uomo vuole vedere più che ascoltare e questo potrebbe sembrare un grande problema a prima vista, perché il Dio della Bibbia si nega ad ogni forma di immagine, preferisce far si che ogni uomo lo conosca attraverso la fede.

Non si tratta certo perciò di realizzare oggi un’immagine grafica di Dio, quando questa non è fornita nella Bibbia, al solo scopo di renderlo attuale agli occhi della società del nostro tempo, ma piuttosto di rendere attuale l’immagine di Dio che la

Bibbia ci dà, guardandola con gli occhi del presente, cioè, di rileggere la Bibbia come la vedrebbe una persona del XXI°.

Le domande a cui dobbiamo cercare di dare una risposta sono le seguenti:

La figura di Dio Padre così come oggi viene letta e presentata dalle chiese cristiane, è ancora valida per la nostra società del XXI°?

È possibile far evolvere l’immagine di Dio Padre per renderla comprensibile (ed accettabile) dall’uomo moderno, così come si è fatto con la figura umana di Gesù Cristo?

Perché le chiese non hanno ancora affrontato l’argomento, si è trattato di una lacuna della teologia o di una scelta deliberata?

 

…comincia il viaggio…

La prima cosa da vedere prima di intraprendere qualsiasi iniziativa è valutarne l’opportunità: io faccio qualcosa se ritengo che quella cosa mi porterà qualche beneficio, in particolare se ritengo che valga la pena di proporre una nuova (diversa) lettura teologica della scrittura è perché quella (e) attuale(i) non solo non mi soddisfa personalmente (cosa interessante ma che avrebbe poche ripercussioni pratiche), ma perché di fatto non soddisfa un numero crescente di persone.

Oggi assistiamo ad alcuni fenomeni sociali molto interessanti:

un numero elevato di persone battezzate cristiane non frequenta più le chiese, non partecipa ai culti domenicali, limitando la sua presenza ai riti speciali (Natale e Pasqua);

altri cristiani partecipano a mala pena ad occasioni particolari (battesimi, matrimoni e funerali);

Si tratta di un calo d’interesse verso il religioso tipico di una società che è diventata laica ed individualista?

Non sembra essere così perché, per contro, un numero non più esiguo (ed in costante aumento) lascia ufficialmente le chiese cristiane per aderire a sette pseudo cristiane (Testimoni di Geova) o a culti estranei al cristianesimo (Buddisti, New Age, Scientology).

La percentuale di cristiani che nelle chiese partecipa attivamente alla vita delle comunità, cioè dedica parte del suo tempo alle attività sociali, culturali, amministrative e di testimonianza che ogni chiesa svolge al suo interno, è molto bassa rispetto al numero di fedeli frequentanti;

Si tratta di un disinteresse per il sociale dovuto al crescente individualismo che contraddistingue la nostra società edonistica?

Non sembra essere così, visto che, almeno nel nostro paese, le persone che operano attivamente in associazioni di volontariato laico sono diversi milioni (circa 7-8 milioni).

A questo punto ci dobbiamo proprio chiedere: visto che ai nostri giorni molte persone sentono ancora il bisogno di una ricerca di spiritualità nonché di un impegno sociale verso il prossimo, perché vanno a cercare fuori dalle chiese cristiane queste risposte?

In che cosa mancano le chiese cristiane?

Apparentemente le chiese dovrebbero essere in grado di rispondere adeguatamente a queste richieste, perché il messaggio cristiano è la perfetta risposta alle esigenze di queste persone.

Ma se il messaggio è valido, cioè, per ritornare al parallelo della trasmissione radio, il programma ha un’audience potenziale elevata (e non potrebbe essere altrimenti visto che la Parola di Dio viene da una serie ininterrotta di più di tremila anni di successi!), se il pubblico potenziale non lo recepisce è perché è presentato male, la frequenza di trasmissione appunto non è captata dalla maggioranza degli ascoltatori!

Proviamo allora a cambiare la frequenza!

 

Cristo ci viene incontro…

Partiamo dalla figura di Gesù Cristo. Come cristiani, Cristo per noi è “la pietra angolare” (do per scontato tutta la teologia cristiana ed evangelica sulla figura di Cristo). Ma forse è proprio perché abbiamo concentrato così tanto la nostra attenzione sulla figura umana del Figlio, che ci siamo un po’ dimenticato del Padre.

Gesù Cristo è stato studiato e presentato dai molti teologi nel corso dei secoli, sotto vari aspetti, a seconda del momento: ora esaltandone la figura divina, ora quella umana; ora evidenziando la sofferenza dell’uomo come noi morto in croce, ora proponendo il re e signore che viene nella gloria e punisce coloro che non si sono ravveduti; il tutto facilitato dal fatto che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è stato agli occhi del mondo una figura reale, una figura umana, scomoda fin che si vuole, fino al punto di eliminarlo fisicamente, ma pur sempre un uomo.

Anche coloro che oggi, come ieri, non credono che Gesù sia il figlio di Dio, sono tuttavia disposti a riconoscergli un ruolo fondamentale nella storia umana: i musulmani, ad esempio, lo considerano un grande profeta; l’umanità conta gli anni dalla sua nascita, i suoi insegnamenti sulla difesa dei deboli e degli oppressi sono condivisi perfino da molti movimenti rivoluzionari atei; e questi non sono che alcuni degli esempi possibili.

Credo che se Gesù Cristo fosse ancora vivo ai nostri giorni, a Stoccolma non avrebbero alcuna difficoltà ad attribuirgli il premio Nobel per la pace col voto favorevole anche dei non credenti (salvo ucciderlo di nuovo subito dopo, perché darebbe inevitabilmente fastidio a qualcuno!).

In sostanza, parlare di Cristo, oggi come ieri, può non essere sempre facile, si può anche andare incontro a spiacevoli conseguenze, però si è inevitabilmente coinvolti nel gioco delle fazioni e degli interessi che prendono questo mondo perché Gesù Cristo agli occhi del mondo è un personaggio storico, un grande personaggio storico, ma pur sempre un uomo!

Ma se parliamo di Dio Padre le cose cambiano in modo radicale. Se scindiamo la figura di Dio da quella di Cristo è come se all’improvviso ci venisse a mancare la terra sotto i piedi, rimaniamo aggrappati in aria, a che cosa?

Solo alla nostra fede!

Chi è Dio Padre?

Il creatore dell’uomo e dell’universo! Su questa strada il mondo laico non ci verrà mai dietro, e men che meno quello scientifico; entriamo in un campo dove le chiese (i fedeli) si trovano da sole contro il mondo!

 

…per presentarci il Padre

Come me lo immagino Dio senza Cristo?!

Visivamente non me lo immagino: chiediamo alle persone che incontriamo per la strada come si immaginano Dio Padre e vedremo cosa risponderanno! Probabilmente non sapranno rispondere, saranno estremamente imbarazzati dalla domanda. Ci accorgeremo così che la figura di Dio Padre sarà per lo più sconosciuta.

L’uomo moderno rifiuta di accettare ciò che non riesce a percepire con i suoi occhi e con la sua mente.

La figura di Dio Padre presente nella Bibbia è quella descritta da persone di XX/ XXX secoli fa.

Per il non credente Dio è una pura invenzione dell’ignoranza antica, una fantasia del passato che attribuiva alla presenza di essere mitologici tutte le azioni ed i fenomeni che l’uomo di allora non riusciva a spiegare.

Per i credenti Dio esiste per definizione, ma quanta fatica ci costa definirlo ed accettarlo come tale, forse siamo giunti al punto dove non è più Dio Padre che riconosce e garantisce per Gesù Cristo davanti agli uomini, come ci è detto nella Bibbia, ma di fronte agli occhi dell’uomo (mis)credente del XXI° è Gesù Cristo che garantisce per l’esistenza di Dio Padre!

Torniamo però un attimo indietro e analizziamo il problema dell’incapacità delle chiese moderne di comunicare il messaggio, per poi arrivare dopo alla figura di Dio.

Le chiese hanno sostanzialmente due compiti fondamentali che ci derivano dai Comandamenti datici da Gesù stesso: “ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, ama il prossimo tuo come te stesso”, e che rispecchiano le attività che Gesù stesso ha compiuto durante la sua permanenza terrena.

Di questi due compiti il primo è esclusivo delle Chiese, il secondo lo è stato in passato, ma oggi è condiviso con altri gruppi od associazioni.

Cominciamo proprio dal secondo: l’azione delle chiese verso la società, verso l’umanità che concretizza l’amore verso il prossimo; nei tempi passati le chiese erano spesso le uniche “istituzioni” che si occupavano di curare gli infermi, dare rifugio ai perseguitati, dare cibo agli affamati, assistere i reietti, e così di seguito, perché lo stato sociale non esisteva, è venuto dopo con l’avvento dei principi democratici nella società umana.

Oggi le chiese continuano a svolgere questo compito di amore verso l’umanità bisognosa attraverso l’accoglienza degli stranieri, dei perseguitati, degli affamati senza tetto e dei sofferenti reietti dalla società in genere, ma esse non sono più le uniche istituzioni a farlo; milioni di volontari “laici” offrono gratuitamente la loro opera in centri di accoglienza per immigrati, comunità di recupero dei tossicodipendenti, centri di pronto intervento sanitario, ospizi e ricoveri per anziani e senza tetto e simili.

Buona parte di questi volontari laici hanno sì una radice cristiana alla base della loro formazione, ma di fatto quello che fanno lo fanno non perché sono credenti o perché mossi consapevolmente dal messaggio di amore cristiano, ma perché il servizio verso il prossimo è percepito come un dovere civile in una società democratica evoluta.

Non c’è nulla di male in questo, anzi ben vengano tale iniziative, il problema però è questo: se io, non credente, in fondo, posso fare le stesse cose verso il mio prossimo anche al di fuori della Chiesa, a cosa mi serve la Chiesa? A cosa mi serve credere in Cristo?

Sembrerebbe un paradosso ma la situazione attuale è proprio questa! Visto che ormai sono andato a scuola ed ho imparato quanto la scuola poteva insegnarmi ora la scuola non mi serve più e penso che non sia più necessaria!

La concorrenza laica sul compito sociale della Chiesa ha spiazzato le chiese stesse facendole operare delle scelte, a prima vista le più logiche, ma in realtà, non sempre corrette.

Le chiese cristiane del nostro tempo, (senza distinzione di confessione) vistosi sottrarre dalla società laica (che loro stesse hanno contribuito a far crescere) una fetta del loro ruolo e subendo di conseguenza un emorragia di fedeli, tutti coloro che sono particolarmente sensibili all’impegno sociale, hanno, chi più chi meno, spostato la loro azione (ma anche la loro teologia ovviamente) ancora più verso il sociale nel tentativo di recuperare consensi in quella fetta di società che sta andando sempre più in questa direzione.

Oggi le chiese sono percepite all’esterno (ma anche all’interno) come una sorta di “associazioni benefiche” che cercano di alleviare i mali materiali di questo mondo.

Così facendo però è stato messo in secondo piano proprio il primo compito delle chiese, quello fondamentale ed esclusivo delle chiese: la predicazione dell’Evangelo!

Oggi per le chiese è più importante accogliere un fratello ateo o un credente di altra religione e dargli un alloggio ed un lavoro, piuttosto che annunciagli il Cristo Salvatore!

Anche la teologia cristiana ha ovviamente lavorato (solo?) in questa direzione: molto impegno e studio sulla figura di Cristo uomo morto per il riscatto dell’umanità dalle miserie del mondo, dalle ingiustizie, dalle discriminazioni, dallo sfruttamento, dall’ineguaglianza etc., ma poco sulla figura divina di Cristo Re del mondo che ritorna nella gloria, e nulla sulla figura di Dio Padre Creatore del mondo, che è rimasta quella descritta dagli Israeliti.

Quali conseguenze ha portato questo tipo di comportamento?

Non solo volgere tutta l’azione verso il sociale non è servita a frenare l’emorragia dei fedeli dalle chiese; chi in coscienza si vuole impegnare per il prossimo ha sentito di poterlo fare comunque, e forse meglio, senza vincoli di ordine confessionale o religioso, aderendo ad associazioni non confessionali; ma molti di coloro che sono alla ricerca di una profonda spiritualità, coloro che sono alla ricerca di Dio in sostanza, non sono più riusciti a trovarlo nelle chiese cristiane, rese così simili ad associazioni socio-culturali, piuttosto che centri si spiritualità, per aver messo in secondo piano quello che invece era il primo compito delle chiese: l’annuncio della parola di Dio (senza per questo trascurare l’amore per il prossimo ovviamente).

Molti hanno abbandonato il cristianesimo pensando che la parola di Dio non sia più in grado di rispondere alle loro esigenze, in realtà non è la Parola di Dio ad essere inadeguata, bensì è inadeguato il mezzo di diffusione che le chiese stanno adottando per raggiungere il cuore degli uomini.

Chi si avvicina a Dio, lo fa prima di tutto per un bisogno individuale, il bisogno che ogni uomo ha, ora esplicito, ora latente, di ritornare al Padre creatore.

Se è vero che l’amore verso Dio non è vero amore, non è completo, se io non amo il mio prossimo e non mi adopero per trattarlo come tratto me stesso; è pur vero che la fonte primaria di ogni amore è Dio Padre (manifestato attraverso Cristo), senza l’amore verso il Padre cade tutto, non è concepibile che l’uomo credente possa esistere senza la fede in Dio e la comunione con lui attraverso Gesù Cristo.

Il bisogno di avere questa comunione con Dio Padre è insopprimibile nell’uomo; anche quando l’uomo non se ne rende conto.

 

…piacere Dio Padre, …ma non credo di conoscerla!

Come posso allora prendere coscienza di questo bisogno oggi?

Come posso rendere appetibile l’Evangelo di Cristo agli occhi dell’uomo del XXI°?

In sostanza la domanda è: come posso rendere attuale la figura divina di Gesù Cristo e di Dio Padre agli occhi della società del XXI°, tanto da farle prendere coscienza del fatto che Dio è ancora l’unica risposta al bisogno spirituale latente di ogni uomo?

La cosa evidente è il fatto che la figura del Dio Padre così come descritta nella Bibbia dagli uomini di allora, è del tutto superata per noi uomini di oggi.

Se non fosse che proprio in base al contenuto della Bibbia noi basiamo la nostra fede, saremmo pronti ad affermare anche noi che i racconti biblici della creazione, nonché gli interventi divini nei confronti dell’antico popolo d’Israele, altro non sono che racconti mitologici, buoni oggi tutt’al più per i bambini (ammesso che almeno loro credano ancora alle favole).

Se poi pensiamo che molte persone (che si dicono credenti per giunta) di fatto non credono alle opere soprannaturali di Cristo (i c. d. miracoli), possiamo ben immaginare perché la società moderna, bramosa di verità scientifiche e assetata di razionalismo, non sia per nulla attratta da un Dio che gli è presentato come “l’illusionista del passato”, “il vecchio mago buono delle favole degli antichi” e così di seguito.

La stessa sorte tocca alla natura “divina” di Cristo; finché Cristo lo presentiamo come un uomo, va tutto bene, ma non andiamo oltre o entreremo nel campo dell’irrazionale. Molto meglio (per tutti!) se le Chiese si limitano a predicare l’amore di Gesù Cristo, uomo morto in croce per mano di altri uomini, in favore dell’umanità intera.

Se è vero che Cristo è morto per salvare l’umanità; per salvarla da che cosa?

Per i credenti della Parola, la salvezza portata da Cristo è la liberazione dal peccato e dalla morte eterna, una salvezza che inizia quaggiù ma che ha come obiettivo la vita eterna con Cristo nel suo Regno.

Per i non credenti (ma a quanto sembra anche per un certo numero di pseudo credenti) la salvezza portata da Cristo è la liberazione dalla schiavitù e dall’oppressione dei popoli (da chi? Da sé stessi forse?!?!), una salvezza vista in chiave (quasi) esclusivamente terrena che ha per obiettivo un miglioramento sostanziale delle condizioni di vita dell’uomo (quaggiù).

Lasciando le cose nel vago non si scontenta nessuno e tutti vanno avanti con le loro convinzioni a condurre l’esistenza che preferiscono; in fondo un buon compromesso, tutto umano!

Peccato che Gesù Cristo non fosse così incline ai compromessi e non abbia mai esitato nel dire che le cose, per Lui, erano sempre, o bianche, o nere!

Possiamo perciò dire che l’impostazione che le Chiese stanno dando ultimamente alla figura di Gesù Cristo non sia sempre condivisibile da molti credenti; umanizzata all’estremo e svuotata, di fatto, della sua natura divina fin quasi ad annichilirne il valore.

Giunti ad un estremo oltre il quale non si può più andare senza subirne le conseguenze, conseguenze che si fanno già sentire sotto forma di un forte tasso di abbandono delle Chiese da parte di molti fedeli, non rimane che virare il timone e riportare la nave di Cristo sulla rotta che è tracciata nella Bibbia.

Possiamo allora dire che proprio la scienza, e la sua spettacolare evoluzione degli ultimi decenni, benché da secoli avversaria implacabile della fede, oggi ci può fornire gli strumenti necessari per rileggere le Scritture, non più con gli occhi degli Israeliti o dei primi discepoli, ma con gli occhi dei discepoli di Cristo del XXI°!

Riportare fede e scienza a camminare insieme sarà forse la vera sfida del nuovo secolo, e anche l’unica via percorribile per farci conoscere il nuovo volto di Dio.

Non si tratta ovviamente di far si che tutta l’umanità “creda fermamente” (magari così fosse!), poiché in realtà nessuna epoca ha visto tutta l’umanità credere compatta in Dio, e tanto meno gli è stata fedele, ma si tratta di far si che coloro che vogliono arrivare a Dio, lo possano fare anche sulla base di una reale conoscenza; per riutilizzare la metafora della radio, occorre ritrovare la frequenza giusta su cui trasmettere, quella che sia percepita dal maggior numero possibile di apparecchi riceventi, poi sarà la libera scelta di ogni uomo se sintonizzarsi o meno su quella frequenza!

In un passato neanche troppo remoto, quando la scienza non era ancora in grado né di spiegare i molti misteri della vita e dell’universo, né tanto meno di compiere opere che oggi sono per noi quasi banali, ogni avvenimento inspiegabile era (a torto o a ragione) attribuito all’intervento divino;

l’uomo era perciò portato a credere con facilità all’esistenza di qualcuno superiore a lui che operava le cose per lui impossibili, sia nel bene (Dio), sia nel male (Satana).

In un tale contesto l’uomo era aiutato nella fede dal suo sentirsi “piccolo ed impotente” davanti al mondo.

Il progresso scientifico e le scoperte da esso derivate hanno però aperto all’uomo le porte su una parte dei misteri della vita e dell’universo; porte che di fatto non erano mai state chiuse a chiave da Dio, ma che l’uomo prima era ancora incapace di aprire.

Dio ha permesso che l’umanità arrivasse fino a dove è arrivata e adesso permette che l’umanità prosegua nella ricerca della comprensione del creato perché, questa è la strada che Lui ha scelto, preparatoria alla piena conoscenza umana del suo creatore: il giorno in cui l’umanità si troverà a faccia a faccia con Dio come è scritto nel libro dell’Apocalisse (19:11).

Purtroppo, l’umanità diventata adulta (ma forse solo adolescente per ora!) ha cominciato a pensare che la scienza fosse, non il dono di Dio, bensì la sua negazione, e la fede nella divinità di fronte a questo ha cominciato a vacillare perché l’uomo pensa ora di essere sempre più grande di fronte al mondo, tanto “grande” da non avere più bisogno di un Dio, e tanto meno di un Dio che la Bibbia descrive e presenta come una sorte di “mago buono”! 

Se ci riflettiamo, ci rendiamo conto che Dio è sempre lo stesso dalla creazione del mondo, la Bibbia ci parla di Lui attraverso le parole degli uomini di tanti secoli fa, per questi uomini, le cui conoscenze erano molto limitate, qualsiasi azione di Dio era “miracolosa” cioè inspiegabile; tutto ciò che era inspiegabile per queste persone era di conseguenza frutto di un intervento di Dio, cioè un miracolo, perché solo Dio, o chi agiva per lui, era in grado di compiere miracoli.

In effetti tutto viene da Dio, ora come allora, ma poiché allora non si comprendeva il meccanismo delle cose (ovvero la spiegazione scientifica) si pensava semplicemente che Dio avesse poteri soprannaturali, ma l’errore più evidente degli antichi era quello di pensare che Dio usasse la natura stravolgendola ogni qualvolta interveniva, piuttosto di pensare che la natura fosse regolata da leggi precise che Dio stesso aveva stabilito e che il suo agire avveniva in accordo con esse piuttosto che in contrasto.

Noi oggi conosciamo molto di più circa le leggi della natura e molti dei c. d. “miracoli” degli antichi, noi li spieghiamo diversamente, facendo ricorso a quelle regole della natura che conosciamo (anche se in effetti continuiamo a chiamare miracoli quegli avvenimenti naturali di cui non conosciamo ancora le leggi che sono alla loro base).

Sta di fatto che la scoperta delle leggi naturali, ovvero dei principi scientifici che stanno alla base delle cose, prima ritenute opere di Dio, ha fatto sì che la figura del Dio “mago buono” sia stata messa in discussione non solo dagli uomini di scienza, ma, in base ad un lento processo di condizionamento, praticamente da una grande maggioranza di uomini del nostro tempo. Come posso credere in un Dio dai superpoteri che compie miracoli?!

Ma se il primo passo è quello di mettere in discussione la figura del Dio biblico, perché mi sembra fantasiosa e poco reale, il secondo passo sarà di pensare che se non può esistere un Dio simile, forse hanno ragione coloro che sostengono che Dio non esiste affatto.

Se Dio non esiste, non mi serve a niente credere in Lui, anzi, sono uno sciocco se lo faccio perché è solo un illudere me stesso; a questo punto non mi giova a nulla neanche andare in chiesa la domenica a pregare, tanto se voglio veramente fare del bene posso farlo al mio prossimo anche fuori dalla chiesa (volontariato laico).

Se poi non c’è nessun dio, non c’è nemmeno l’aldilà; molto meglio pensare alla vita di oggi, in questo mondo, e non solo per vivere secondo la carne e i suoi piaceri i pochi anni che mi sono concessi di vivere, come sono abituati a pensare i non credenti, che tengono alla propria vita più che a Cristo, ma purtroppo così finiscono per pensarla anche molti credenti che, distolti (in buona fede) dalla piena comprensione del messaggio di Cristo, pensano oggi che sia più importante questa di vita rispetto alla prossima e di conseguenza si prodigano molto per realizzare uno pseudo “Regno di Dio su questa terra”, piuttosto che sperare ardentemente nell’altra.

Le conseguenze del non avere una chiara visione di Dio possono essere devastanti sull’umanità, e quello che detto finora è una spiegazione plausibile della nostra realtà.

Ricapitolando;

abbiamo il bisogno da soddisfare: la ricerca di Dio da parte dell’umanità;

abbiamo la risposta che può soddisfare questo bisogno: Dio;

abbiamo l’intermediario che può fornire il servizio: le chiese e le comunità cristiane;

abbiamo il mezzo di trasmissione del messaggio: la Bibbia;

tutto quello che ci manca per raggiungere l’obiettivo è trovare “il modo” (la frequenza giusta) per portare Dio agli uomini.

Come fare questo con successo? In passato era l’utente finale che si adattava al servizio finito; quando c’era un solo canale televisivo, non avevo molta scelta, se volevo vedere la televisione ero costretto a guardare quell’unico canale.

Oggi, di fronte ad un’agguerrita concorrenza, è il servizio che deve essere adattato all’utente o l’utente non comprerà il servizio; sono io che scelgo che programma guardare, se non mi piace, non smetto per questo di guardare la televisione ma cambio canale!

 

…permette che mi presento?

 

La società tecnologica è disposta a credere (avere fede, cioè avere fiducia) in un dio che parli la sua stessa lingua, cioè che si faccia capire;

in un dio che sia veramente fatto ad immagine e somiglianza dell’uomo moderno;

in un dio che possa essere visto ed accettato come tale, perché dimostra ancora una volta di essere lui il dio di cui l’umanità ha bisogno oggi, così come ha dimostrato di esserlo in passato!

Questo dio non può essere solo il dio dell’amore e della misericordia, ossia il padre amorevole che segue i suoi figli.

Tutte queste qualità di Dio, l’uomo di oggi da per scontato che ci siano in Dio, ma vuole di più, vuole un padre moderno al passo con i tempi, esattamente come i bambini di oggi si aspettano che il loro papà sia una persona che dialoghi con loro da pari a pari, che conosca a pieno la realtà in cui vive e ne faccia parte, cioè che conosca gli strumenti tecnologici del nostro tempo (macchine, smartphone, computer, tablet, hifi, videogames), che abbia una mentalità aperta e flessibile e così di seguito;

è chiarissimo che la figura del padre-padrone, autoritario che esercitava un potere assoluto sui figli è del tutto tramontata nella nostra società!

Il paradosso più grande è proprio questo: il dio biblico quando si è rivelato all’uomo era troppo “moderno” (cioè evoluto) per essere compreso dagli uomini, per cui la Bibbia lo ha rappresentato volutamente in modo elementare, quasi infantile, per poter essere compreso dall’uomo di allora;

oggi che l’uomo è cresciuto (nel senso del sapere scientifico) ci troviamo di fronte al problema opposto, l’uomo di oggi non percepisce più il Dio biblico attraverso le immagini troppo elementari usate nella Bibbia.

Che cosa può fare la scienza per rinnovare l’immagine di Dio?

Può davvero fare molto!

Basterebbe che i teologi ritornassero a sedersi attorno ad un tavolo insieme agli uomini di scienza, invece di stare rinchiusi nei loro polverosi antri ad elaborare testi in un linguaggio incomprensibile, sempre più lontane dalla realtà degli uomini!

Per dare un nuovo volto al Dio dell’universo, non basta il confronto con i sociologi: Dio è una realtà, una realtà sicuramente diversa dalla nostra realtà umana, ma pur sempre una realtà e non si può né vederlo come una proiezione della nostra psiche, come vorrebbero i non credenti, né tanto meno ridurlo ad un puro fenomeno interiore, come fanno molti credenti che hanno rinunciato a sperare nel ritorno di Cristo in “carne ed ossa”!

Dio è presente ora e sempre come essere reale, qui ed ovunque nell’universo, dove e quando Egli decida di manifestarsi, anche se noi non sempre lo percepiamo. Il fatto che io ci creda e qualcuno no, non cambia la sostanza delle cose.

Torniamo però alla scienza e al suo contributo per rielaborare la figura di Dio per renderla più adatta al nostro tempo; teologi e scienziati che rileggono insieme la Bibbia e la “traducono” in “linguaggio ed immagini correnti”; questo è l’obiettivo da raggiungere.

Perché questo è così difficile da realizzare?

Sostanzialmente perché fare questo equivarrebbe a fare una vera e propria “rivoluzione”!

Normalmente una rivoluzione avviene quando una parte è schiacciata a tal punto da un’altra da non poterne più sopportare il peso opprimente.

Purtroppo noi oggi non ci troviamo in questa situazione, ma anzi, le due parti che

si dovrebbero confrontare, non hanno nessun interesse a farlo perché stanno troppo bene nei loro rispettivi ambiti.

Chiesa e Scienza si sono “spartite” il territorio d’azione ed ognuna domina sul proprio. A nessuna delle due conviene in fondo invadere il territorio dell’altro per paura di rimetterci un po’ del proprio potere.

Allora se la rivoluzione, che dovremmo piuttosto chiamare “ricerca della verità”, non fa comodo a nessuno, la rivoluzione non si fa e basta, almeno fino a quando nuove forze scenderanno in campo per rovesciare loro entrambe le forze (teologiche e scientifiche) reazionarie! 

Queste forze esistono, non so quanto importanti e consistenti esse siano, ma esistono in entrambi gli schieramenti; essi sono bollati come gli pseudo scienziati (o scienziati non ortodossi), cioè coloro che non si riconoscono nella linea ufficiale della scienza canonica, da una parte;

dall’altra sono tutti coloro che non si allineano sulla(e) versione teologica ufficiale della Chiesa (teologi dissidenti!).

Ovviamente non tutti costoro propongono tesi e soluzioni condivisibili, tuttavia varrebbe la pena di parlarne senza pregiudizi, né veti a priori, proprio perché l’accodo è l’obbiettivo da raggiungere non già il punto di partenza.

L’importante è avviare il dialogo con tutte le forze (scientifiche e teologiche) disposte a farlo, questo sarebbe già di per se un grande successo visto la situazione attuale.

Quale proposta dunque? Fatte le opportune premesse che chi scrive non è né uno scienziato, né un teologo, ma semplicemente un “credente cristiano contemporaneo” con le conoscenze che un uomo oggi può avere sia in materia di fede cristiana che di scienza, possiamo osservare che vi sono numerosi episodi nella Bibbia che, se letti non in modo letterale, ma bensì con il filtro del tempo e delle conoscenze scientifiche comuni, possono rivelarci quella che più si avvicina alla reale immagine di Dio, o almeno un’immagine più aderente alla nostra realtà di uomini del XXI°.

Sono proprio questi episodi che ci possono “aprire gli occhi” sulla necessità di rileggere la Bibbia alla luce delle progredite conoscenze umane.

Chi è veramente Dio? O meglio dovremmo chiederci: com’è veramente Dio?

Se io non credo che Dio sia una sorta di “supereroe”, dai superpoteri magico miracolistici che sfidano tutte le leggi della fisica e simili, la mia risposta non deve per forza essere che in realtà Dio sia una fantasia dell’uomo, poiché non può esistere un essere simile.

Se dal Dio biblico tolgo tutto il ciarpame che l’uomo antico gli ha messo addosso, lo ripulisco da tutte le credenze e le superstizioni, lo scrosto da quelle aggiunte del tutto umane cosa appare?

Il Dio della Bibbia è una realtà (per chi crede ovviamente), è una realtà molto più evoluta di quella umana, tanto che è Dio ad avere creato l’uomo; uomo che è una sbiadita immagine di Dio, sia per la sua natura fragile, sia per le sue capacità limitate e le sue conoscenze incomplete.

Dio è la conoscenza assoluta del creato, ovvero Dio è l’essere perfetto da cui tutto origina.

Come è fatto? Non lo sappiamo, e dubito che qualcuno lo potrà sapere con precisione, almeno fino a quando Dio stesso si manifesterà all’umanità nella sua natura completa (e non solo sotto sembianze umane come è avvenuto con Gesù Cristo).

Sapere questo, tuttavia, non è indispensabile; quello che però dobbiamo comprendere oggi è che Dio agisce in virtù della conoscenza assoluta della natura (sapienza che noi non possediamo) e non in virtù di poteri soprannaturali come siamo portati a pensare leggendo la Bibbia attraverso “i veli dell’incomprensione” posti dagli antichi.

Mi spiego con un esempio: se io sento un rumore venire dal cielo, alzo gli occhi e vedo passare un aereo che lascia dietro di sé una scia di fumo bianco e emette un boato; dico a me stesso: “ecco che passa un aereo”.

Se un indigeno di qualche tribù sperduta del Borneo o della Guinea Papua, che non è mai entrato in contatto con “l’uomo bianco”, vede passare un aereo, racconterà ai suoi figli di aver scorto in cielo un grosso uccello che volava molto alto, sputava fuoco e fumo dalla bocca ed emetteva un grido assordante come un tuono prolungato!

Di fronte a questo racconto io potrei avere tre tipi di reazioni:

la prima: credo a quello che l’indigeno mi ha detto e penso che esista una nuova specie di uccello che sputa fuoco e grida, che fino ad ora era sconosciuta;

la seconda: penso che l’indigeno abbia sognato la cosa che non può essere vera perché è scientificamente provato che un uccello simile non esiste, perché non può esistere;

la terza: penso che l’indigeno abbia visto semplicemente un aereo, che lui, causa delle sue limitate conoscenze, ha scambiato per un uccello, perché volava e, guarda caso l’unica cosa che vola nota a tutti fin dall’antichità, sono gli uccelli!

E’ evidente che ai nostri occhi la risposta più logica è la terza, perché noi conosciamo che cosa è un aereo e sappiamo come funziona, ma per un indigeno che non ne ha mai visto uno, parlare di uccelli che volano è del tutto naturale, non per questo però dobbiamo pensare che esistano uccelli che sputano fuoco o, viceversa, che per forza il racconto dell’indigeno sia frutto di fantasia!

Questo esempio è significativo proprio perché nella Bibbia troviamo descritto un episodio, per certi versi, analogo: prendiamo infatti il passo di 2° Re 2:10-11 dove il profeta Elia dice ad Eliseo che egli erediterà il suo spirito solo se lo vedrà nel momento in cui sarà rapito in cielo.

La Bibbia così recita parlando di Elia ed Eliseo: “Essi continuarono a camminare discorrendo insieme, quand’ecco un carro di fuoco e dei cavalli di fuoco che li separarono l’uno dall’altro, ed Elia salì al cielo in un turbine.”

Anche in questo caso noi possiamo interpretare il racconto in tre diversi modi;

il primo: accetto come vero ciò che è detto letteralmente nella Bibbia sul modo in cui Elia è asceso al cielo perché Dio ha compiuto un altro dei suoi miracoli che non si spiegano ma si accettano. Questo è come la Chiesa spiega ancora oggi l’avvenimento;

il secondo: poiché razionalmente so che non esistono “carri di fuoco che volano”, né tanto meno “cavalli di fuoco”, ritengo che il racconto biblico sia frutto della fantasia dell’autore e basta. Questo è il punto di vista della scienza ufficiale;

il terzo: Eliseo vide Elia salire su qualcosa che volava ed emetteva fuoco, una cosa che lui non aveva mai visto, la cosa che più gli si avvicinava nel suo noto era un carro trainato da cavalli, che però emettevano fuoco, e così disse di aver visto un carro e dei cavalli di fuoco, ma se noi vedessimo oggi un veicolo simile lo descriveremmo più semplicemente come un aereo o shuttle che emette fiamme dai motori nell’atto di staccarsi da terra.

A questo punto mi si dirà: ma ai tempi di Elia non esistevano, né aerei, né tanto meno shuttle, come poteva Elia salirci sopra?

Ecco il punto: se noi continuiamo a vedere Dio come l’essere soprannaturale, il mago dai superpoteri, l’essere che fa miracoli, non occorre certo che esistano gli aerei per spiegare il perché Elia sia stato rapito in cielo;

se però noi vediamo Dio come l’essere che dotato della piena conoscenza scientifica, già da allora (da sempre in effetti!), delle leggi della fisica, del volo, e dell’energia meccanica, non ci dovremmo stupire se per venire a prendere Elia, e portarlo in cielo abbia usato un simile mezzo!

Di fronte a questo episodio, tuttavia, la terza risposta, che dovrebbe essere la più ovvia, è osteggiata, sia dai teologi, che preferiscono continuare a vedere Dio nel modo classico, un po’ come l’indigeno della tribù perduta del Borneo, con la differenza che qui però ci troviamo di fronte a persone un po’ più evolute (o forse no?!?), sia dagli scienziati, che non ammetterebbero mai che esista nell’universo una qualche forma di intelligenza superiore (alla loro, il che non ci vuole molto a dire il vero!!!) che usava l’aereo già tremila anni fa!

Dicendo questo diventiamo un po’ cattivo e provocatori, ma se non le si provoca queste due categorie non entreranno mai in campo per confrontarsi sul serio!

A sostegno della tesi di un Dio biblico “scienziato” piuttosto che “supereroe” troviamo, diversi elementi ed episodi biblici, e altre corrispondenze ce le potrebbe indicare la scienza ufficiale (e non).

Questa potrebbe davvero essere la strada da seguire per giungere all’immagine del Dio del XXI°, cioè di un dio che possa essere facilmente compreso dall’uomo moderno.

Che cosa cambia in sostanza rispetto a prima?

Dio Padre continua ad essere il Padre amorevole che Gesù Cristo ci ha fatto conoscere; i suoi propositi sono ovviamente gli stessi: salvare l’umanità attraverso la grazia elargita tramite la fede nel suo unico figlio Gesù Cristo morto per noi; il messaggio che ci viene trasmesso è sempre lo stesso, ovvero il messaggio d’amore universale dato a tutti gli uomini; lo stesso è anche l’obiettivo finale: la salvezza dei credenti e il compimento del Nuovo Regno di Cristo.

Tutto in sostanza rimane come prima, e non potrebbe essere diversamente visto che la Bibbia è una e Dio ha parlato attraverso i profeti e Cristo una volta per tutte.

Quello che cambia però sono la forma ed il significato delle cose, che prima erano velate ed oscure, ci erano presentate con immagini simboliche e spesso incomprensibili, a causa della nostra scarsa capacità a comprendere un qualcosa così sofisticato e perfetto per le nostre menti primitive; oggi alcuni, se non molti, di questi veli sono caduti ed altri ancora cadranno con il progresso delle conoscenze umane, le cose appaiono più chiare viste sotto la luce della scienza.

Se oggi noi presentiamo,  accanto ad un Gesù Cristo Uomo come noi che come noi ha sofferto fino a morire, un Gesù Cristo Figlio di Dio e Dio egli stesso, la cui autorità e superiorità non derivano dal fatto di possedere i “superpoteri”, ma dal fatto di avere la piena conoscenza dell’universo e di quanto è in esso nello stesso modo in cui noi uomini cominciamo solo ora ad apprendere, questo Dio potrà essere assai più famigliare all’umanità, e tornerà a rappresentare un punto di riferimento, una guida ed un sostegno sicuro come lo era in passato.

Io uomo razionale, legato alla scienza e al ragionamento logico, che aiuto posso sperare di avere da un Dio che mi si presenta come un mago o un illusionista?

Evidentemente nessuno, perché nel profondo della mia mente non solo non posso credere all’esistenza di un simile essere, ma anche ammettendo che esista, non riuscirei proprio a percepirne l’utilità.

Ad esempio, se io sto male, vado da un medico, perché ritengo che le sue conoscenze farmacologhe mi possano aiutare a guarire, cioè riconosco nel medico la preparazione medico scientifica che sta alla base del suo lavoro; ma sicuramente non andrei con la stessa fiducia da uno pseudo stregone (ciarlatano) che per guarirmi si mettesse a fare strani rituali a cui io non attribuisco alcun fondamento o potere curativo.

Se però io comincerò a vedere Dio come colui che conosce le leggi che regolano l’universo; che ha piena conoscenza di tutte le conseguenze e le applicazioni di tali leggi per il fatto di essere estremamente più evoluto e progredito di me, uomo che muove i primi passi alla comprensione dei segreti dell’universo, io potrò ritrovare la fiducia perduta e riporre in Dio la mia speranza per il futuro, sia su questa terra che nel nuovo regno che verrà.

La cosa che più mi ha colpito in questo studio e proprio il fatto che rileggendo la Bibbia con questa impostazione, pur supportato dalle mie poche conoscenze teologiche e scientifiche, il messaggio biblico appare così moderno da lasciare senza fiato;

sempre per usare un esempio esplicativo, è un po’ come vedere un antico quadro dopo un lavoro di restauro: da grigio e scuro che appariva prima, dopo esplode in una cascata di colori, così com’era al momento in cui è stato dipinto, e questo ci lascia veramente senza fiato, perché eravamo abituati a vederlo oscurato dal tempo e non ci rendevamo conto di tutta la sua bellezza originaria.

Ecco quindi il possibile nuovo volto di Dio, ecco come potrebbe essere presentato Dio agli uomini del nostro tempo affinché lo conoscano a pieno e ritornino a confidare in lui a buon ragione.

Si tratta ora di rileggere le scritture sotto questa nuova luce.

3° - “Padre Nostro che sei nei cieli”

 

 

Premessa

 

La ricerca di una nuova immagine di Dio, partendo dai contenuti delle Scritture re-interpretate con l’ausilio delle moderne conoscenze scientifiche, al fine di renderla coerente con la società del XXI°, può procedere seguendo due possibili strade:

1° rileggere la Bibbia passo dopo passo in modo sistematico, dalla Genesi venendo avanti, interpretando e traducendo ogni singolo passo alla luce delle attuali conoscenze umane, cioè sostituendo alle immagini allegoriche tipiche del linguaggio di molti secoli fa, altrettante immagini del mondo come attualmente sarebbero percepite da un testimone del nostro tempo.

Si tratterebbe in sostanza di “riscrivere” la Bibbia non nel contenuto ovviamente, cosa teologicamente assurda, ma nella sua forma e linguaggio.

Questo modo di procedere comporterebbe una effettiva collaborazione tra un gruppo di teologi ebraici e cristiani di varie confessioni da un lato, e di uomini di scienza con specializzazioni in vari campi scientifici dall’altro.

Il risultato di questo lavoro comune permetterebbe di descrivere la figura di Dio secondo una più moderna e reale prospettiva; essa emergerebbe così dalla Bibbia allo stesso modo in cui oggi emerge la vecchia immagine tradizionale, e per questo, come abbiamo visto, poco adatta ad esercitare un reale interesse per l’uomo dei nostri giorni.

Questa strada, tuttavia, proprio per il suo carattere, richiede il lavoro di un gruppo di specialisti affinché se ne possa trarre un’opera che sia valida e corretta da un punto di vista teologico e nel contempo scientificamente accurata.

2° concentrarsi sulla figura di Dio così come ci è presentata nella Bibbia, analizzando i comportamenti e le azioni di Dio quando Lui entra in contatto con l’umanità direttamente, con lo scopo di descrivere queste situazioni così come le percepirebbe un uomo del nostro tempo, dotato di un bagaglio teologico e scientifico di medio livello.

Questa seconda alternativa presenta ovviamente dei limiti proprio per le sottili basi teologiche e scientifiche, tuttavia, offre anche due indubbi vantaggi: la relativa semplicità di realizzazione, perché non richiede un mastodontico lavoro organizzativo di un pool di menti, e l’immediatezza della percezione, poiché chi scrive, lavora a livello di chi deve poi leggere e comprendere (chi ha provato a cimentarsi con gli scritti dei c.d. “teologi ufficiali”, abbondantemente noiosi e cattedratici e quindi poco comprensibili, sa cosa voglio dire!).

Per questi motivi in questo lavoro seguiremo la seconda strada, sperando vivamente che la prima strada possa essere intrapresa da coloro che hanno sia i mezzi, sia la preparazione per farlo.

Uno dei punti più semplici da cui partire per capire chi è Dio, è quello che ci sta davanti agli occhi e che tutti noi conosciamo molto bene. Forse proprio perché è così evidente tendiamo a non valutarlo adeguatamente, eppure quante volte nella nostra vita abbiamo recitato la preghiera che Gesù Cristo, il figlio di Dio, ci ha insegnato per rivolgerci al Padre (Mt 6: 9-13).

Il “Padre Nostro” non è soltanto una preghiera, o dovremmo dire “la preghiera per eccellenza”, esso è anche e soprattutto una perfetta sintesi della descrizione della figura di Dio che ci ha fatto suo figlio; l’unico ad averlo visto face to face!

Questa sarà la strada che seguiremo per far emergere una nuova immagine di Dio; partendo dal Padre Nostro “scomposto ed analizzato” e andando a trovare nelle pagine della Bibbia gli “incontri” con Dio per capire che “faccia” ha Dio, o meglio come si presenta a noi uomini.

L’obiettivo che ci proponiamo è duplice: in primis, presentare Dio agli uomini del nostro tempo in una veste rinnovata, dalla quale sono stati tolti quei troppi veli che i nostri progenitori avevano usato per ignoranza, e che in qualche modo hanno finito per offuscare l’immagine stessa di Dio, secondariamente, far cogliere l’essenza del progetto che Dio porta avanti per l’umanità, facendolo emergere e sintetizzandolo dalle Scritture per meglio farci prendere coscienza della sua volontà e delle conseguenti azioni da intraprendere per realizzarla.

 

"Padre nostro..."

Con queste parole inizia la preghiera con cui ogni cristiano si rivolge a Dio, e da qui possiamo cominciare ad interrogarci sulla figura di Dio Padre.

La figura del Padre è, infatti, una novità che ci è stata portata da Gesù Cristo che essendo a tutti gli effetti “figlio” di Dio, si rivolge a Lui con l’appellativo di Padre; la novità però è che dalla discesa di Gesù sulla terra, Lui ci invita a chiamare Dio “Padre”, cosa che prima avveniva molto raramente (Is 64:8, Mal 2:10 sono rari esempi).

Per il popolo d’Israele, Dio era Dio e basta, lo si definiva come il Creatore, l’Eterno, il Signore degli Eserciti, e neanche nei confronti delle persone che più lo hanno servito con fedeltà e a cui ha mostrato una particolare benevolenza (Abraamo, Ge 18:17-19, Mosé, Nu 12: 7-8, Davide, 1°R 3:6 etc.) Egli non ha mai chiesto all’uomo di essere chiamato Padre.

Perché solo con l’avvento di Gesù, il vero ed unico figlio di Dio, Egli ha deciso di presentarsi come Padre agli uomini?

La risposta che vogliamo dare a questa domanda non è quella scontata che risiede nella “salvezza per grazia mediante la fede” in Gesù Cristo, che tutti conosciamo, ma bensì capire il perché colui che prima chiamavamo e conoscevamo solo come Dio, si presenta ora nella nuova veste di “Padre”.

Che cosa è cambiato nel rapporto tra Dio e gli uomini?

Nell’antico Testamento, Dio si manifesta all’uomo come il Signore Dio che ci ha creati e che pretende da noi sudditanza ed obbedienza (Ro 13:15).

L’amore di Dio verso gli uomini è presente ma è un amore quasi distaccato, quale potrebbe essere l’amore di un re per il suo popolo, o di un padrone per i suoi servi. La benevolenza e la punizione sono le conseguenze dell’osservanza e della disubbidienza alla legge del Signore.

Dio ama Israele perché sente che tra tutte le sue creazioni è quella a Lui più vicina, il frutto più bello, l’orgoglio della sua opera, ma pur sempre un oggetto della sua creazione; Dio ama alcuni uomini a Lui fedeli più di altri e si compiace della loro devozione, e perché no del loro amore, ma tuttavia li considera sempre una sorta di servitori da misurare in base alla loro fedeltà ai suoi comandi e alle sue leggi.

Cosa c’è di male in tutto questo?

Niente; in fondo Dio ha creato l’universo e l’umanità dal nulla per cui Lui ne è padrone assoluto ed esige da essi ubbidienza.

Per secoli e secoli l’uomo ha considerato tutto questo naturale e lo ha accettato come parte del suo destino ineluttabile.

Purtroppo l’uomo non è mai stato quella creatura docile che Dio si aspettava, e fin dall’inizio ha cominciato a procurargli dei problemi, ribellandosi sovente. La Bibbia ci dice che Dio le ha provate tutte per riportare l’umanità sotto il suo benevolo controllo, sia con le buone, sia con le cattive, fin quasi a sterminare l’umanità ribelle con il diluvio (Ge 6:5-7), tuttavia, nonostante i risultati non certo esaltanti, non si è mai dato per vinto e non ha mai abbandonato il progetto “uomo”.

Anche il tentativo di selezionarne una parte speciale e privilegiata di umanità, cioè il popolo d’Israele, non ha dato i risultati sperati (Es 19:5-6).

Eppure Dio col passare del tempo si è affezionato alla sua creatura.

Egli ci ha fatti a sua immagine e somiglianza (Ge 1:26); che cosa significa questo se non il fatto che c’è qualcosa di Lui in noi? Non nel senso che vi è una componente divina in noi, (affermarlo in senso stretto sarebbe una blasfemità per un cristiano), ma sicuramente Lui ci ha messo qualcosa di suo nel crearci, un qualcosa a cui in principio Dio forse non ha dato molto peso, ma che con il passare del tempo ha fatto si che Lui tenesse a noi, misere creature, frutto di un esperimento non pienamente riuscito, sempre di più, tanto da sacrificare per noi il suo unico figlio vero: Gesù Cristo!

Dio, ad un certo punto, si è reso conto che l’uomo fa parte della sua famiglia, che tra noi e Lui c’è un legame che va al di la del legame tra servo e padrone, e questo non ostante le ripetute ribellioni dell’uomo nei suoi confronti.

L’amore che Dio ha scoperto di avere per noi uomini, sue deboli e ribelli creature, ha fatto sì che Lui abbia preso una decisione senza precedenti: Dio ci ha “adottati”, o meglio ci ha riconosciuti come suoi figli, fratelli di suo figlio Gesù Cristo. Mediante Gesù Cristo, Dio ha dato a tutti gli uomini che lo desiderano di diventare figli suoi.

Ecco che dalla morte di Gesù Cristo noi possiamo chiamare Dio con il nuovo titolo di “Padre Nostro”. Non più Dio Creatore, bensì “Padre Nostro”!

Che cosa cambia?

Nella sostanza della natura umana non cambia nulla, perché ciò che è stato in passato rimane, quello che cambia però è il nostro modo di rapportarci con Dio e di intendere gli avvenimenti che sono descritti nella Bibbia.

La figura di Dio Padre comincia a stagliarsi sotto una nuova luce, con Gesù Cristo è caduto un primo velo dall’immagine di Dio. Dio si è avvicinato agli uomini, gli ha teso la mano.

Nella confessione di fede che noi professiamo è ribadita la unigenicità di Cristo e il fatto che solo Lui è stato generato da Dio e non creato come tutto il resto (Col 1:15-18), perciò solo a Cristo spetta il titolo di figlio di Dio, ma il gesto che Dio fa verso l’uomo, creatura, di riconoscerlo come figlio è decisamente dirompente perché ce lo fa scoprire molto più “umano”, cioè molto più simile a noi, di quanto i nostri progenitori nella fede pensavano.

Cristo stesso ha assunto la doppia natura divina e umana, quando Lui prima di incarnarsi aveva solo quella divina, e dopo la morte egli è risorto mantenendo la doppia natura divina e umana ed oggi siede alla destra del Padre in questa duplice veste di figlio di Dio e di figlio dell’uomo.

Questo è quello che rileviamo dalle scritture. Ma cosa significa veramente tutto questo?

La risposta ci appare ora abbastanza ovvia: Dio si è avvicinato in modo deciso ed irreversibile all’uomo.

Se la Bibbia, come è logico attendersi, è scarna circa la natura di Dio, specie con riferimento alle origini, oggi, da quando Cristo è venuto sulla terra, sappiamo che Dio è molto più vicino (simile) all’uomo di quando noi pensavamo prima. Il messaggio biblico d’altronde va proprio in questa direzione: Dio ha fatto un (grosso) passo verso di noi affinché noi potessimo andare verso di Lui; con Gesù Cristo Egli ci ha teso la mano, ora sta a ciascuno di noi raccogliere l’invito allungando la nostra mano verso di Lui!

Qui però ci interessa cercare di capire che tipo di mano ci ha teso; ed è la mano di un Padre amorevole che chiama il figlio verso di lui, non più la mano di un essere (dio) che punta il dito minaccioso contro di noi!

La mano di Dio è una mano potente, nel senso che Lui è in grado di operare cose che a noi uomini sono impossibili, ma è anche la mano amorevole di un Padre che ci guida alla conoscenza e all’apprendimento.

Come la mano di un papà può sembrare così grande per un bambino che muove e primi passi, tanto da incutergli timore, anche la mano di Dio è sembrata enormemente grande e potente agli antichi e di essa hanno avuto paura. Però col compiersi dei tempi, così come il bambino che cresce impara che la mano del papà rappresenta anche sicurezza e protezione nonché esempio da seguire per scoprire le cose del mondo, così la mano di Dio con Cristo è diventata guida e protezione amorevole per l’uomo che è cresciuto imparando le cose del mondo.

“…CHE SEI NEI CIELI …”

Dov’è Dio?

Gli antichi avevano l’abitudine di situare le loro divinità in posti piuttosto inaccessibili, forse perché laddove poteva arrivare l’uomo era evidente che non poteva esserci una divinità! Oppure le divinità erano esseri invisibili, e ancora oggi molti credono che esistano i c.d. “spiriti” invisibili agli uomini.

La Bibbia, tuttavia, quando ci parla di Dio lo situa in un posto preciso: Dio vive nei cieli!

Qualche volta però Dio è sceso anche sulla terra per manifestarsi agli uomini sotto varie forme, ed ha abitato con loro per brevi periodi (Es 40:34-38, 2° Sam 7:6, 1°R 8:10-13); altre volte, per contro, è stato Dio che ha “trasportato” alcuni uomini “lassù nei cieli” per mostrare loro le cose del suo regno celeste (Ge 28: 12-13, Gv 1:51, At 10: 9-16, 2Co 12: 2-4,  Ap 4:1).

La figura di Gesù Cristo è da sempre un facile punto di riferimento quando si tratta di parlare di Dio, in quanto avendo la doppia natura, divina ed umana, può

darci delle immagini concrete, non facilmente travisabili neanche da parte dei nostri fratelli di tanto tempo fa.

Partiamo allora proprio da Gesù, la Bibbia ci dice che Lui esisteva già prima di tutti i tempi (Ge 3:22, Gv 1:1, Col 1: 15-17), è quindi chiaro che da qualche parte si doveva pure trovare. La Bibbia ci dice che Cristo è disceso dal cielo e si è incarnato nel seno di una donna. La Bibbia ci dice che ciò è avvenuto per opera di un essere immateriale, cioè lo Spirito Santo (Lu 1: 30-35).

Fin qui stiamo parlando di esseri con un corpo diverso dal nostro (immateriale?), probabilmente invisibili ai nostri occhi e, per quanto ne sappiamo, tali esseri potrebbero essere anche qui accanto a noi, e noi non ce ne accorgeremmo.

A questo punto però Gesù assume forma umana, e quindi anche la doppia natura divina ed umana, e la Bibbia ci dice che dopo essere morto Lui risorge con un corpo, che, sia pure diverso dal nostro corpo, perché perfetto ed incorruttibile, è un corpo materiale di carne e che in tale forma Gesù Cristo ritorna in cielo (Lc 24: 50-51).

Da qui abbiamo la prova definitiva che Dio non è solo uno “spirito incorporeo” ma anche un essere materiale e che non vive sulla terra nascosto non si sa dove, ma che è nei cieli, come da sempre asseriscono le scritture.

Perché soffermarci su questo aspetto? Il motivo è semplice: la Bibbia non parla di Dio come di uno spirito (fatta eccezione per lo Spirito Santo), bensì di un essere reale, sia pure con una materialità diversa della nostra, ed un essere reale deve per forza trovarsi in un luogo reale, per contro un essere immaginario può trovarsi in un luogo immaginario così come uno spirito può trovarsi ovunque.

Dio ha la sua dimora nei cieli, questo è ciò che ci dice la Bibbia e quello che ritenevano gli antichi.

Il problema nasce quando dobbiamo definire cosa s’intende per “cieli”.

Per gli antichi Israeliti era lo spazio sopra le nuvole. Spiegazione logica visto che quando avevano un incontro con Dio, o con un suo inviato, lo vedevano scendere dalle nuvole. Lo stesso Cristo, elevato in cielo con il corpo, lo videro sparire tra le nuvole (At 1:9).

Per noi oggi la questione è un po’ più complessa, poiché sappiamo che oltre le nuvole non c’è nulla, se non un’atmosfera rarefatta, ed ancora oltre il cosmo e poi gli altri pianeti e le stelle dell’universo.

Di Dio nessuna traccia!

E si ma Dio è invisibile e dunque può essere ovunque, obietterà qualcuno!

E no, rispondiamo noi, Cristo è reale e perciò da qualche parte dovrà pur essere, tanto più che il Regno dei Cieli non sarà poi così piccolo se deve contenere tutta l’umanità redenta, più gli angeli e tutte le altre creature celesti (Ap 21:10).

Dove si trova dunque Dio?

Nei cieli si, ma dove sono questi cieli?

Partiamo da un dato di fatto: gli antichi testimoniano a più riprese che Dio e i suoi inviati scendevano (e salivano) dai cieli (come lo facessero lo vedremo dopo), essi tuttavia vedevano solo la parte finale (o iniziale) del viaggio, cioè il tratto tra la terra e le nuvole, per cui parlavano di cieli e basta.

In realtà la Bibbia ci da uno spunto interessante quando ci parla di nuovi cieli e nuova terra.

Che cosa vide Giovanni per dire questo della dimora di Dio e della nostra futura dimora (Ap 21:1-2)?

Con ogni probabilità vide una terra, che però non era la terra che conosciamo noi oggi, ma bensì un “nuovo pianeta terra” (in essa in effetti non c’erano più gli oceani!), con dei cieli che non erano quelli a noi noti con le stelle conosciute, cioè un altro cielo cioè un’altra porzione di cielo come si vedrebbe da un altro pianeta situato in un altro punto della galassia o in un’altra galassia!

Ci dobbiamo sorprendere di questo?

No davvero, visto che Dio ha creato l’intero universo non si vede proprio come Lui abbia difficoltà a scegliersi un altro pianeta in un altro punto dell’universo dove vivere e far vivere in futuro l’umanità redenta.

Se poi consideriamo il modo in cui l’umanità attuale sta distruggendo questa terra non sorprende neanche il fatto che Dio ne abbia creata una nuova dove la situazione è e sarà certamente più “vivibile”!

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare su questa interpretazione dicendo che in fondo quello che stiamo facendo non è altro che spostare Dio nello spazio ora ignoto, dopo che il cielo era un tempo ritenuto sede di Dio proprio perché ignoto, mentre ora è stato esplorato verificando che là Dio non c’è; quando anche l’universo sarà esplorato si scoprirà che Dio non è neanche là!

In realtà questo tipo di obiezioni, tipiche di chi non crede, non sono contestabili, così come non si può provare l’esistenza di Dio se non mediante la fede, però avendo fede che ciò che la Bibbia dice è vero, noi dobbiamo pensare che Dio sia veramente nei cieli, ma che questi cieli non possono essere quelli ristretti concepiti dai nostri progenitori, ma bensì quelli ben più ampi del creato che solo ora noi cominciamo timidamente a concepire e ad esplorare.

Tra tutti i contenuti delle Scritture che parlano di Dio, quello della sua dimora celeste è senza dubbio uno dei più affascinanti e misteriosi da sempre perché qui si incrociano e si scontrano diverse concezioni, ed è qui il campo dove teologia e scienza possono entrare in un conflitto ancora apertissimo a causa delle reciproche “carenze” in materia.

La Bibbia, se da un punto di vista è quanto mai esplicita nell’affermare che Dio è nei cieli, dall’altro non riesce a fornire immagini chiare che vadano al di la dei c.d. sogni, visioni, apparizioni etc.

La scienza moderna d’altro canto, con le sue recenti scoperte in materia di origini e composizioni dell’universo, ha contribuito a rendere le cose più difficili anziché a chiarirle; ogni nuova scoperta lungi dal gettare una luce definitiva sull’universo, anzi, sembra evidenziare sempre nuove ombre e lati oscuri.

Noi potremo senz’altro avventurarci tra le immense pieghe dell’universo alla ricerca della possibile dimora di Dio, passando sull’infinito ponte sorretto dai due piloni, della scienza da una parte, e della filosofia dall’altra, ma non è certo questa la strada giusta per raggiungere Dio.

Ritorniamo invece alla Bibbia, perché è da li che ci devono venire le risposte che cerchiamo.

L’immagine di un Dio puro spirito che vaga libero nell’universo non corrisponde per nulla al Dio descritto nella Bibbia.

Il Dio biblico è un essere reale che vive presumibilmente in un posto fisico stabilito, non troppo diverso (concettualmente) da dove viviamo e vivremo noi. Questo luogo, ovunque si trovi nell’universo, non dovrebbe essere né troppo vicino a noi, perché se così fosse saremmo, prima o poi, in grado di individuarlo in qualche modo, grazie i nostri accresciuti mezzi tecnologici, ma neanche troppo lontano, perché la Bibbia ci dice che Dio o i suoi inviati (gli angeli), non solo sono in grado di ascoltarci (le nostre preghiere), ma anche di venire periodicamente a visitarci qui sulla terra.

Ora noi potremmo anche pensare che essendo Dio onnipotente non abbia alcuna difficoltà a muoversi da un capo all’altro dell’universo in un attimo, tuttavia, è proprio questa immagine fantasiosa di Dio, così come era vista e usciva dai racconti degli antichi, che non convince più alla luce delle maggiori conoscenze scientifiche.

Poiché Dio è un essere talmente evoluto, tanto da essere “Dio”, questo gli permette di avere una piena ed assoluta conoscenza delle leggi dell’universo che Lui stesso ha creato o, perlomeno contribuito a creare, così come lo conosciamo noi oggi, e che quindi operi secondo una logica scientifica e non in base ai “capricci del caso”.

Benché questo sia un traguardo che il sapere umano non ha ancora raggiunto, per cui oltre a questo punto per ora si potrebbero fare solo delle congetture, possiamo dire che l’ipotesi più plausibile sia quella che Dio, nella sua azione, si muova servendosi delle sue conoscenze assolute di cui noi abbiamo solo una minima capacità, questo tuttavia ci permette di comprendere la direzione seguita da Dio nella sua opera, senza avventurarci su strade fantasiose e prive di un fondamento reale.

Quando ero un bambino piccolo sapevo contare fino a dieci, crescendo ho imparato a contare fino a cento, mille e così di seguito. Se oggi volessi potrei contare fino all’infinito, o forse no, perché la mia vita sarebbe troppo breve e la morte prima o poi arresterebbe la mia conta.

In effetti solo Dio potrebbe contare all’infinito perché Egli è l’Eterno, ma quello che è importante è che il modo di contare sia quello corretto, sia che io mi fermi a dieci o arrivi all’infinito, la scala dei numeri è sempre la stessa e, sia noi uomini, sia Dio, stiamo comunque utilizzando la stessa scala (questo forse è ciò che vuole veramente dire essere stati fatti a sua immagine e somiglianza)!

Se Dio è un essere come noi materiale che vive in un luogo definito e si muove da e per quel luogo per raggiungere la terra, o qualsiasi altro posto nell’universo, è molto probabile che Lui utilizzi dei mezzi per spostarsi simili ai nostri o simili a quelli che saremo in grado di utilizzare noi un giorno quando il nostro livello evolutivo ci permetterà di costruirli.

E’ inutile qui fare supposizioni fantasiose su iperboliche tecnologie future, limitiamoci a prendere atto che la Bibbia ci parla di alcuni di questi mezzi usati dagli angeli di Dio fin dall’antichità descrivendoceli ovviamente con delle immagine di allora (Es, 14:19, 2R 2:11, 1°Cr 21:16, Eze 1:1-28, Ap 10: 1-2).

La conclusione a cui vogliamo arrivare è che Dio in realtà utilizza degli strumenti tecnici sicuramente più evoluti dei nostri ma che sono mossi dagli stessi principi fisici che muovono i nostri e non da un fantasioso e poco probabile “potere magico” che solo lui possiede: la scala dei numeri è la stessa, noi per ora ci siamo fermati ai numeri bassi, Dio l’ha percorsa tutta!

A questo punto ci aspettiamo una critica feroce, sia da parte dei teologi classici, sia da parte degli scienziati ortodossi: il Dio che ne esce sembra più una specie di “extraterreste” che con un’astronave si è posato sulla terra.

Vi sono in effetti alcuni studiosi che hanno usato la Bibbia come base per sostenere le loro teorie secondo le quali la civiltà umana non sarebbe nata sulla terra ma originerebbe da un esperimento di un’entità aliena che avrebbe introdotto la specie umana sulla terra.

Una lettura della Bibbia in tale chiave in effetti evidenzierebbe notevoli analogie con questa tesi. 

E' una tesi sostenibile?

Vediamo anzitutto come questa tesi è accolta dalla scienza ufficiale.

In linea di massima essa è avversata, anche se alcuni studiosi hanno ipotizzata che la vita sulla terra sarebbe stata iniziata da molecole portate da alcune comete, la maggioranza degli scienziati rigettano l’idea di un’origine extra-terreste della vita e di conseguenza dell’uomo. La quasi totalità della scienza ufficiale fino a tempi molto recenti ha rifiutato la tesi che possa esistere vita (intelligente) su altri pianeti e di conseguenza ha sempre ritenuto delle mistificazioni anche tutti gli avvistamenti e gli incontri con “entità aliene”. Come conseguenza di tutto questo appare chiaro che una tale ipotesi sia sempre stata scartata a priori.

Non ce ne dobbiamo meravigliare, poiché la scienza ufficiale nega comunque l’esistenza di tutto ciò che non conosce, Dio e creature celesti comprese. Pretendere di usare la Bibbia come testo a sostegno dell’esistenza dei c.d. “extraterrestri” nei confronti della scienza ufficiale francamente è come chiamare in causa Babbo Natale per sostenere che esiste la Befana!!

Ci troviamo su due piani volutamente diversi.

Cosa ne pensano i teologi di questa tesi?

Ai teologi ortodossi quando sentono parlare della possibilità che Dio sia un “omino verde con le antenne” si rizzano i capelli in testa e liquidano l’argomento come cose prive di senso.

Riteniamo invece che la Bibbia vada letta senza pregiudizi e gli vada attribuito il significato e il ruolo che effettivamente ha.

Ognuno può prendere la Bibbia ed usarla a suo piacimento per sostenere i suoi personali interessi e le sue personali convinzioni. In passato la Chiesa Medievale e poi Chiesa Cattolica Romana e i governi che ad essa si ispiravano, prendevano a pretesto il comando dato da Cristo ai suoi discepoli di andare e predicare in tutto il mondo l’Evangelo (Mc 16:15), per giustificare la conversione forzata dei popoli non cristiani e con essa il colonialismo.

Oggi una tale interpretazione ed un tale uso delle Scritture ci appaiono del tutto errati e fuori luogo. Cosa dovremmo fare però, negare oggi la bontà della Bibbia con il suo messaggio di annunzio della Buona Novella a tutti gli uomini perché in passato alcune persone l’avevano usata per schiavizzare e perseguitare milioni di uomini?

E’ evidente che la bontà della Bibbia è indipendente dall’uso che l’uomo ne fa.

Il fatto che qualcuno possa interpretare le scritture in chiave diversa, al fine di conseguire obiettivi non condivisibili perché estranei al cristianesimo o in contrasto con quanto contenuto nella Bibbia stessa, non deve per questo portare ad escludere e rigettare a priori quanto di valido ci sia in queste interpretazioni.

Proviamo allora a vedere se c’è qualcosa di vero nelle c.d. “teorie extraterrestri” sostenute da persone che, per altro, non si professano cristiani, né tantomeno dei credenti.

Dio è un omino verde extraterrestre con le antenne?

La Bibbia non dice questo, sicuramente non è né verde, né ha le antenne, tuttavia la Bibbia ci dice che dal punto di vista letterale del termine, Dio lo possiamo senz’altro definire un “extraterrestre” poiché è fuori discussione che Egli non è un uomo come noi che origina dal nostro mondo e, come abbiamo visto, Egli vive “nei cieli”, per cui in questo senso è un “extraterrestre”!

Cosa dire della teoria dell’origine aliena della vita sulla terra?

Anche qui occorre valutare attentamente le cose. La scienza ufficiale, a parte il discorso delle comete, ha ormai sposato la teoria “evoluzionista” di Darwin, rigettando quella “creazionista” che è invece sostenuta nella Bibbia.

Coloro che sostengono un intervento “alieno” nella nascita dell’uomo sulla terra sono sicuramente più in linea con la teoria creazionista della Bibbia, piuttosto che con l’evoluzionismo della scienza ufficiale.

Il racconto biblico della creazione (Ge 1: 24- 2:1-25) riscritto in chiave moderna può benissimo essere visto come l’azione di un’entità aliena (Dio) che crea una sorta di area protetta o laboratorio sulla terra (il Giardino dell’Eden) e attraverso una serie di esperimenti bio-genetici dà vita ad una creatura umana (Adamo) che per molti aspetti assomiglia a Lui. Da questo essere, o embrione, poi egli può dare vita anche ad un altro essere di sesso diverso (Eva) traendone una parte di DNA (la costola di Adamo).

L’esperimento continua per un periodo imprecisato, le creature (l’uomo) sembrano funzionare bene e sono costantemente monitorate dal creatore (che in fondo è un po’ anche padre nel vero senso della parola).

La Bibbia ci presenta Adamo, cioè l’uomo, come un essere “perfetto”, la sua vita non è limitata ad un periodo definito di tempo, ma Dio lo ha dotato di “vita eterna” attraverso un qualche carattere ancora a noi sconosciuto (l’albero della vita). Quando però le cose sembrano procedere tutto per il meglio, un collaboratore di Dio, invidioso del suo successo e che mal sopporta di dover prendere ordini da Lui, ritenendosi più bravo, cerca di farsi un alleato in questa sua contesa e convince l’uomo che anche lui vale almeno quanto Dio, gli manca solo una piccola modifica della sua struttura per diventare uguale al suo creatore, basta entrare nel laboratorio e prendere quanto serve (il frutto dell’albero del bene e del male).

L’uomo lo fa, si ribella a Dio che, accortosi della minaccia che incombe, modifica la struttura umana per far si che essa non sia più eterna ma diventi limitata nel tempo e quindi, deluso dei risultati, smantella il laboratorio (la cacciata dal paradiso terrestre) e lascia la terra con l’uomo libero di procreare e moltiplicarsi sulla terra (andate e moltiplicatevi) senza però tuttavia abbandonarlo completamente, ma sorvegliandolo di tanto in tanto per vedere i suoi progressi e la sua evoluzione.

E’ molto verosimile che la descrizione allegorica della creazione biblica sia in realtà la rappresentazione di eventi che, a grandi linee, si siano svolti in questo modo.

Altri passi delle scritture dove si descrivono gli incontri tra Dio e i suoi inviati in maniera per noi oggi molto fantasiosa ed inverosimile, se riletti in chiave più attuale, cioè attingendo a quanto le nostre conoscenze scientifiche ci hanno dato di capire, sembrano confermarci la “scientificità” degli strumenti usati da Dio.

Pensiamo anzitutto agli angeli, creature celesti che vivono presso Dio ma che sovente appaiono, o meglio, scendono sulla terra per incontrarsi con gli uomini e riferire la volontà di Dio agli stessi (At 7:53).

Molto spesso le scritture ce li descrivono come “creature alate”.

Gli angeli hanno veramente le ali o non si tratta di una erronea deduzione degli antichi?

E se si sono sbagliati perché lo hanno fatto?

Anzitutto va detto che non sempre gli angeli di cui si parla nelle scritture hanno le ali (Is 6:2, Ez 1:6); molto spesso sono rappresentati con semplici sembianze umane (Ge 19:1, 32:1-2, 1°R 19: 3-8, Lc 1:26-31, At 27: 23-24).

E’ evidente che se avessero le ali dovrebbero averle sempre e non solo in certe occasioni, allora che cosa possiamo dedurre da questo?

In effetti questi esseri venivano descritti, ora come uomini, quando si presentavano alle persone normalmente, ora come esseri alati, quando gli uomini li scorgevano nell’atto di salire o scendere dal cielo. Esiste perciò una spiegazione più logica dal credere che gli angeli avessero le ali, ed è quella di considerarli degli esseri come noi che usassero dei mezzi di locomozione simili ai nostri aerei per salire o scendere dal cielo, cioè per andare e venire dal pianeta dove Dio risiede (la nuova terra). Per gli antichi ovviamente gli unici essere volanti che conoscevano erano gli uccelli, gli uccelli avevano le ali, di conseguenza anche gli angeli dovevano avere le ali (almeno quando volavano!).

La Bibbia ci descrive inoltre i mezzi di locomozione usati dagli angeli di Dio in modo molto naif, come carri, ruote e simili, questo era quello che essi credevano di vedere, in realtà quello che avevano realmente visto era impossibile a descrivere per loro, date le loro limitate conoscenze tecniche, ma noi oggi siamo un po’ più tecnicamente evoluti di loro e possiamo usare dei termini diversi e più realistici.

Coloro che sostengono la teoria extra-terreste, inoltre, quasi sempre sono anche convinti assertori dell’esistenza di altri mondi abitati e dei c.d. UFO.

Cosa dice la Bibbia in proposito?

La Bibbia a parte la nuova terra che sarà riservata agli eletti non fa menzione ad altri mondi abitati, questo non esclude che Dio abbia ripetuto l’esperimento umano su altri pianeti, ma questo è un campo che per un cristiano non riveste molto importanza, anche se un domani fossimo contattati da altre creature proveniente da altri mondi che a loro volta sostenessero di essere stati creati dal nostro stesso Dio, le cose non cambierebbero molto visto che per i credenti sarebbe solo un’ulteriore conferma che da qualche parte nell’universo c’è Dio Padre che ci segue e ci ama; per i non credenti sarebbe solo la conferma che la vita si evolve autonomamente su più pianeti senza il bisogno di un creatore!

Perciò, che gli UFO siano veicoli fabbricati da altre creature (uomini) provenienti da altri mondi è una questione che riguarda più la scienza che la teologia.

Quello che può essere veramente interessante è di capire se Dio e i suoi angeli in effetti non utilizzano anche (o esclusivamente?) loro tali veicoli per scendere sulla terra.

Questa è un’ipotesi molto verosimile; ogni volta che la Bibbia ci parla dell’apparizione di Dio o dei suoi inviati ci dovremmo immaginare di vedere un veicolo reale che funziona secondo le leggi fisiche dell’universo (alcune a noi note altre ancora ignote) e non una sorta di effetto prodigioso come era percepito dagli antichi!

Qualcuno a questo punto obietterà: ma allora gli UFO che molti affermano di vedere sono in realtà delle apparizioni di angeli?

Questo non lo possiamo sapere con certezza; nessuno è in grado di dire se quando si vede un UFO si vede un angelo inviato da Dio; diciamo solo che, ammesso che non si tratti di un’allucinazione o di una mistificazione o di un qualche altro essere come noi proveniente da qualche altro mondo abitato, è più verosimile che un angelo di Dio scenda sulla terra con un veicolo tecnologico piuttosto che sotto forma di essere mitico con due enormi ali d’uccello!

A tal proposito varrebbe la pena di notare come i c. d. UFO sono descritti come tali solo da un tempo abbastanza recente, cioè da quando l’uomo ha appreso la tecnica del volo meccanico.

Cosa significa tutto ciò, che prima non apparivano mai UFO?

Non è più verosimile che anche prima questi oggetti apparissero agli uomini, ma che, esattamente come è riportato nella Bibbia, allora non erano percepiti come tali dagli uomini perché incapaci di concepirne la presunta natura e funzionamento?

A questo punto possiamo dire che la rilettura della Bibbia in chiave attuale può in effetti avvalersi del supporto, sia della scienza ufficiale, per quanto attiene la spiegazione di fenomeni fisici e biologici, fenomeni che ai tempi in cui la Bibbia veniva scritta non trovavano un spiegazione che non fosse miracolistica; sia della c. d. “scienza non ortodossa”, per quanto attiene alla spiegazione degli eventi narrati nella Bibbia che vanno al di la di ciò che la scienza ufficiale è disposta ad ammettere, non tanto per impossibilità materiale, ma piuttosto per “impossibilità storica”.

La teologia sostiene che “Dio è nei cieli”, la scienza nega perfino l’esistenza di Dio, perciò non potrà certo ammettere che qualcosa che non esiste sia da qualche parte. La scienza, suo malgrado, può aiutare gli uomini di fede, a meglio rappresentare e comprendere Dio cogliendolo attraverso le sue manifestazioni, dando ad esse una spiegazione ed una rappresentazione più coerente e realistica per l’uomo del nostro tempo che, per fortuna è ancora disposto a credere in Dio, ma non a un Dio delle favole degli antichi, bensì un Dio concreto e reale.

La scienza non ortodossa, meno rigida, o forse dovremo dire, meno orgogliosa del suo sapere, sia pure con le dovute cautele del caso, è più disposta a fornire strumenti di analisi alla fede pur avendo obiettivi molto diversi; sta alla teologia saper utilizzare questi strumenti attribuendogli il loro giusto valore, piuttosto che trincerarsi in un aprioristico rifiuto.

“…SIA SANTIFICATO IL TUO NOME…”

Così come ognuno di noi ha un nome che lo identifica, così anche Dio ha un nome.

Qual è il nome di Dio?

C’è un certo mistero attorno al nome di Dio perché Dio stesso rifiuta di dire qual è il suo nome: “Io SONO colui che sono”, dice a Mosè quando gli chiese di dire il suo nome (Es 3: 13-15).

Diversi sono i nomi che la Bibbia usa per identificare Dio (Il Signore degli eserciti, l’Eterno, l’Altissimo) che identificano però più delle caratteristiche di Dio piuttosto che dei nomi propri. Il nome proprio di Dio secondo la Bibbia è YAHWE’, tradotto Geova, tuttavia gli antichi Israeliti non osavano pronunciare questo nome per timore e rispetto, e anche i cristiani non lo usiamo quasi mai, preferendo il più comune appellativo di “Signore”.

Signore, in effetti, è neutro e con esso indichiamo spesso anche Gesù Cristo oltre che Dio Padre. Quando preghiamo usiamo inoltre chiamarlo “Padre Nostro”. Perché allora Gesù stesso nella preghiera ci esorta a “santificare il nome di Dio” quando questo è un nome che di fatto non usiamo mai?

La spiegazione più logica in effetti è che “santificare il nome di Dio” significa riconoscere la santità e la divinità di Dio stesso.

L’invito fatto ad ogni uomo che riconoscere Dio come Padre celeste è quello di rendergli il culto e l’onore che sono a Lui dovuti. Non c’è nessun altro essere celeste o terreno a cui l’uomo debba quanto deve a Dio; in sostanza non c’è nessun altro che possa essere definito “dio”, Dio quindi, in un certo senso, da titolo diventa nome proprio.

Questa questione i cristiani da innumerevoli generazioni, può sembrare priva di sostanza, perché tutti credono nell’unico dio, anzi oggi per molte persone la cosa più difficile è credere che esista dio, e non tanto credere che ne esista uno solo! Tuttavia, al tempo degli antichi Israeliti il confronto era tra il Dio di Abraamo Isacco e Giacobbe, cioè il Dio d’Israele, e gli altri dei (divinità) delle nazioni pagane circostanti, per cui il riconoscere che colui che noi oggi chiamiamo Dio era in effetti Dio, (l’unico e il vero) era un atto di estrema importanza.

Due epoche due diversi problemi!

Prima si credeva all’esistenza di molte divinità, l’atto di fede era il riconoscere che Dio era il vero Dio e santificare il suo nome significava riconoscere che solo Lui era il vero Dio.

Oggi non si crede più all’esistenza di alcuna divinità, l’atto di fede è diventato il riconoscere che Dio esiste e che noi uomini riconosciamo la sua autorità su di noi, santificando il suo nome noi lo riconosciamo come tale!

Il problema in realtà è uno solo, come la classica medaglia dalle due facce, e nella Bibbia troviamo ancora una volta la spiegazione.

Torniamo al tempo della creazione, Dio prima di creare l’uomo ha creato altri essere celesti che la Bibbia identifica con gli angeli.

Una parte di questi angeli si sono ribellati (angeli caduti) alla sua autorità (2P 2:4,), guidati da uno di loro, un certo Satana, un essere senza dubbio che sapeva il fatto suo, particolarmente intelligente e dotato (astuto come un serpente), che ha sfidato il suo creatore.

Questi angeli caduti saranno poi chiamati demoni (1°Gv 3:8) e dal giorno della loro ribellione non smettono di sfidare Dio e di intralciare i suoi progetti (compreso la tentazione d’Adamo). La Bibbia ci dice come questa lotta si concluderà solo con il Giudizio Finale, con la vittoria definitiva di Dio (Ap 20:10).

Questi demoni, al pari e più degli angeli di Dio, interagiscono con gli uomini, andando e venendo (con gli stessi mezzi) dal cielo alla terra (Ge 6: 1-2, Gb 1: 6-8, 2: 1-2). Questo fino a che Dio li ha scacciati definitivamente dalla sua dimora celeste ed essi si sono trasferiti sulla terra mischiandosi tra gli uomini (Ap 12: 7-12).

Quella della presenza dei demoni è una delle affermazioni bibliche più discusse e contrastate ai nostri giorni. In effetti se fino ad un recente passato vi era una tendenza a vedere i demoni dappertutto da parte degli uomini (anche dove non c’erano), oggi, anche da parte di molti credenti, nonché dei teologi stessi, si tende sempre più ad ignorare la presenza del demonio, quasi non esistesse più. Qualcuno si spinge a dire che in realtà il demonio non è reale ma è una semplice qualità del male!

La Bibbia invece ci dice che i demoni non solo esistono e sono qui tra noi, ma che continuano ad agire senza sosta per spingere l’uomo a distaccarsi da Dio, cioè a continuare la sua ribellione, basti pensare alla febbrile attività di Gesù Cristo che scacciava demoni a più riprese, (Mt 8: 28-34, 9: 32-33, 17: 14-18,) a meno che non crediamo anche noi che Gesù fosse “fuori di testa” e scambiasse degli epilettici schizoidi come indemoniati, dobbiamo per forza credere che i demoni non solo esistono ma che sono ed agiscono comunemente tra gli uomini!

Dire che Dio è l’unico Dio può avere perciò due significati:

Per gli antichi Israeliti voleva dire che solo Dio era tale e meritava l’appellativo di Dio perché in realtà le altre divinità erano falsi dei (Es 20:3; 1°Co 8:4); questo non significava che esse non esistevano, ma che in realtà essi erano i demoni o angeli ribelli che pretendevano di essere considerati delle divinità dagli uomini (1°Co 10:20). In realtà essi erano false divinità perché uno solo è Dio e loro altro non erano che creature (ribelli) a Dio.

Per noi oggi dire che Dio è l’unico significa credere nella sua esistenza (fisica).

Quando noi nella preghiera “santifichiamo il nome di Dio”, noi riconosciamo ogni volta la sua divinità esclusiva in opposizione ai suoi nemici che sono sempre gli angeli ribelli guidati da Satana, ora come allora (1Cr 21:1).

Quello che è cambiato è la strategia dei demoni, che prima avevano come obiettivo di distogliere l’uomo dal vero Dio, presentandosi loro come divinità, oggi lo stesso obiettivo lo perseguono con armi più “moderne” quali: negando l’esistenza di Dio, negando la loro stessa esistenza, facendo apparire agli occhi degli uomini come ugualmente buona ed accettabile ogni forma di religione, anche se non cristiana, istigando l’uomo verso forme di fratellanza universale aconfessionale in contrapposizione alla fratellanza in Cristo, predicando una sorta di “dio cosmico” non ben definito (1°Ti 4: 1-2).

Dalla lettura attenta della Bibbia emerge comunque un dato difficilmente contestabile ed è quello che Dio, prima nelle vesti del Creatore severo, poi in quelle del Padre misericordioso, non ha mai accettato che nessuno contesti la sua figura di “Dio unico”: “non avrai altro Dio all’infuori di me” è il comandamento fondamentale per essere Ebreo prima e Cristiano poi (1°Co 10:21-22; Ap 22:9).

All’uomo è perdonato ogni sorta di peccato ma non quello di continuare nella ribellione nei confronti di Dio. Così come la Bibbia dice che gli angeli ribelli saranno distrutti, medesima sorte toccherà agli uomini che non riconosceranno l’autorità di Dio, (Ap 21:8) o direttamente come tale come fanno gli Ebrei ed i Musulmani, o mediante la fede tramite suo figlio Gesù Cristo, come credono i cristiani. Santificare il nome di Dio è dunque essenziale per la salvezza di tutti gli uomini.

“…VENGA IL TUO REGNO…”

Che cos’è il Regno di Dio? Per capire cosa s’intende per Regno di Dio bisogna “rileggere” tutta la Bibbia e non solo le parti dove si parla specificamente del Regno dei Cieli, perché solo così si può comprendere a pieno quale sia il progetto che Dio Padre Nostro Creatore ha riservato nei nostri confronti e nei confronti di tutta la sua creazione.

C’era una volta un Essere straordinario che aveva la possibilità di fare tutto dal nulla e conosceva tutto quello che era possibile conoscere. Un giorno lui decise di mettere a frutto il suo sapere e di sfruttare le sue conoscenze per creare qualcosa di nuovo, di mai visto prima e che mai più alcuno potrà realizzare di eguale.

Creò dal nulla un intero universo e in quest’universo inanimato infuse la vita così come solo Lui era in grado di fare. Poiché Lui era solo nella realizzazione di quest’impresa, fatto salvo la presenza di suo figlio, a cui delegò la realizzazione materiale dell’opera, creò una serie di aiutanti che lo potessero coadiuvare ed assistere che Lui chiamò angeli. Creature perfette che sapevano il fatto loro e che ubbidivano fedelmente ai suoi ordini.

Questo fu la prima parte del lavoro, dopo di che questo Essere pensò che oltre a questi aiutanti così perfetti avrebbe potuto realizzare una seconda serie di creature un po’ meno sofisticate delle prime ma che per questo avrebbero potuto riservare evoluzioni interessanti. Fu così che diede vita ad una nuova creatura che chiamò uomo.

Era un essere a cui aveva dato intelletto ed aspetto simile al suo ma che contrariamente alle prime creature fatte, non era ancora dotato di tutto il suo sapere, però con il tempo avrebbe potuto acquisirlo gradualmente. L’Essere straordinario si presentò alla sua nuova creatura e si fece chiamare da lui Dio.

Dio seguiva con attenzione lo sviluppo dell’uomo giorno dopo giorno, e cominciava a nutrire nei suoi confronti un profondo affetto. Un giorno però una parte degli angeli, inorgogliti dalla loro natura di esseri perfetti, gelosi dell’amore che Dio provava per l’uomo creatura a loro inferiore, si ribellarono a Dio e convinsero l’uomo a ribellarsi a sua volta, mentendo circa le vere intenzione di Dio nei suoi confronti, lo convinsero a violare il progetto che Dio aveva, nel vano tentativo di raggiungere la piena conoscenza prima del tempo.

Dio, scoperto tutto, scacciò via da sé gli angeli ribelli che lo avevano sfidato e, con immenso rammarico fu costretto a punire anche l’uomo, lasciando che affrontasse con le sole sue forze il cammino intrapreso. Tuttavia, per l’amore che nutriva per la sua debole creatura ingannata da qualcuno più astuto di lui, non volle distruggerla ma la seguì a distanza nella speranza di poterla recuperare a sé.

L’uomo cominciò a crescere con le sole sue forze patendo la durezza della sua vita terrena di essere fragile e mortale. Dio di tanto in tanto si faceva sentire, indicando all’uomo la via migliore da seguire, ma l’uomo dopo aver camminato un poco per questa via si lasciava nuovamente traviare tentato ogni volta ancora dagli angeli ribelli.

Dio viste le continue ricadute dell’uomo nell’errore tentò di porvi rimedio eliminando quegli uomini che di volta in volta si rendevano responsabili delle nuove ribellioni (diluvio universale, Sodomia e Gomorra), purtroppo senza successo.

Tuttavia Dio non volle arrendersi, non poteva permettere di darla vinta ai suoi nemici; un giorno individuò un uomo di nome Abramo, che ritenne fedele e lo esortò a proseguire sulla sua strada fino a che da lui sarebbe scaturito un popolo, una Nazione Santa sulla terra di cui Dio sarebbe diventato il Re. Gli inizi, sia pure tra alti e bassi, sembravano promettenti e Dio per breve tempo ebbe un Regno sulla terra guidato da un uomo a Lui fedele di nome Davide. Ma poi Davide morì come era destino che tutti gli uomini morissero e i suoi successori si ribellarono nuovamente a Dio preferendo servire nuovamente gli angeli ribelli. Dio era molto deluso e per un certo tempo abbandonò gli uomini al loro destino.

Anche il suo secondo tentativo di crearsi un Regno di uomini a Lui fedeli e devoti era fallito grazie alle insidie dei suoi nemici. L’uomo per la seconda volta, nonostante il suo amore, gli aveva voltato le spalle preferendo inseguire vane promesse.

A questo punto Dio prese una decisione senza precedenti: mandò sulla terra il suo unico figlio chiamato Gesù, che prese la natura umana e quindi mortale, affinché tutti gli uomini che avessero creduto in Lui potessero definitivamente salvarsi ed entrare nel suo Regno, questa volta un Regno non più sulla terra, come i due precedenti, ma nei Cieli.

Gesù fu tentato duramente dai nemici di Dio ma Lui non vacillò e rimase fedele a Dio fino alla morte. Dio lo risuscitò donandogli la vita eterna, come aveva prima di assumere la natura umana, e mediante il suo sacrificio Dio ha donato la vita eterna nel nuovo Regno a tutti gli uomini che hanno creduto in Lui e gli sono rimasti fedeli tramite Gesù.

Con Gesù morto e risorto ha avuto inizio il Regno dei Cieli, aperto a tutti gli uomini che credono in Dio Padre e nel sacrificio di suo Figlio Gesù Cristo. Tutti gli uomini vissuti e morti dopo la risurrezione di Cristo saranno giudicati l’ultimo giorno, il giorno in cui Gesù Cristo ritornerà sulla Terra. Allora tutti gli uomini vissuti e morti torneranno in vita e saranno giudicati; coloro che saranno riconosciuti fedeli entreranno nel Regno dei Cieli per l’eternità ed abiteranno la Nuova Terra insieme a Gesù Cristo; coloro che saranno riconosciuti ribelli saranno distrutti cosi come saranno distrutti gli angeli ribelli nemici di Dio e tutti i segni del vecchio mondo. Tutto sarà fatto nuovo da Dio, e tutte le creature di Dio vivranno con Lui come suoi figli insieme a Gesù Cristo.

Quando noi nelle nostre preghiere diciamo “venga il tuo Regno”, noi desideriamo che si realizzi a pieno quanto è contenuto nella Bibbia, cosa che abbiamo cercato di sintetizzare in questo breve racconto.

“Venga il tuo Regno”, purtroppo, sta diventano sempre più di una frase liturgica di circostanza per moltissimi cristiani del nostro tempo.

Il racconto biblico del regno è ovviamente accettato da tutti i cristiani da un punto di vista concettuale, ma ormai ben pochi sono disposti a sottoscrivere come “oggettiva” la lettura che poc’anzi abbiamo dato, in un contesto come quello attuale.

Il mondo cristiano è frammentato, lo è sempre stato fin dai suoi albori. In esso si sono confrontate svariate tendenze e teologie che hanno di volta in volta rispecchiato la realtà dei tempi in cui sono nate.

La critica che si possono muovere a questa impostazione è quella di seguire il filone c.d. apocalittico-visionario (oggi minoritario nel cristianesimo) e quindi di essere poco attuale e inadatta ai nostri tempi.

Contestiamo questa critica, poiché, va sottolineato che l’Apocalisse è soltanto una parte della Bibbia, che va invece valutata nel suo complesso e non come singole parti prese separatamente, ma soprattutto che l’intero insegnamento biblico, ebraico prima e cristiano poi, mette la questione del Regno al centro di tutto il messaggio divino.

A costo di affermare qualcosa che a molti cristiani “progressisti” non andrà giù, confessiamo, senza paura di essere smentiti, che è l’insegnamento Cristiano ad essere in funzione del Regno e non viceversa!

Gesù Cristo nei suoi insegnamenti alla folla non smetteva mai di sottolineare l’importanza del Regno di Dio e tutta la sua predicazione, sia in parabole (Mt 13 :3-51, 20: 1-16), sia con annunci profetici (Mt 24:1-44, Mc 13: 1-37), è stata preparatoria all’avvento del Regno che, come lui ha sottolineato “non è di questo mondo” (Gv 18: 36).

Alcuni teologi, e anche molti credenti purtroppo, hanno di fatto abbandonato la speranza del Regno dei Cieli per una sorta di “regno di Dio sulla terra” (questa) da realizzarsi da parte di una rinnovata società umana mediante l’influsso degli insegnamenti cristiani, ma (controsenso) in uno stato laico ed aconfessionale!!

E’ del tutto evidente che questo non è il Regno di Dio, o Regno dei Cieli, di cui ci parla la Bibbia!

Possiamo affermare che con la fine del Regno d’Israele, l’unico Regno terreno che è stato voluto direttamente da Dio, Dio stesso abbia accantonato definitivamente l’idea di creare un nuovo Regno ebraico cristiano sulla terra prima del ritorno di Cristo (Ap 20: 4-6).

Quanto poi alla critica di cadere nel facile apocalittismo per il fatto di aspettare l’avvento del Regno, essa ha senso solo nei confronti di coloro che ritengono che la loro sia la generazione finale e di conseguenza aspettano immobili la fine estraniandosi dal mondo, come era in uso presso le prime comunità cristiane o come fanno ancora oggi alcune sette estremiste.

Comportarsi in questo modo oggi non ha proprio senso, poiché Gesù stesso ci ha avvertito che nessuno conosce il giorno e l’ora del suo ritorno se non Dio stesso (Mt 24: 36)!

Il Regno che Viene va visto ed atteso come “obiettivo”, a cui ogni cristiano deve puntare, ma va vissuto continuando la vita presente con tranquillità e consapevolezza del compito assegnatoci, senza isterismi da ultimo giorno!

Il Regno che Viene, tuttavia, proprio perché è centrale nel messaggio di Cristo, poiché realizza come abbiamo visto, il progetto che Dio aveva fin dall’inizio, non può essere separato dall’insegnamento cristiano, o meglio non si può annunciare l’Evangelo di Cristo senza la speranza concreta del Regno dei Cieli.

Se svuotiamo l’insegnamento di Cristo dalla promessa del Regno, lo riduciamo di fatto ad una qualunque filosofia di vita o, peggio ancora, ad un insieme di precetti e norme morali del vivere civile, che certo non potranno che fare bene ad una società violenta, corrotta e piena di ingiustizie come questa, ma che rischia però di far perdere di vista agli uomini il vero obiettivo: ritornare a vivere con Dio per l’eternità!

Ecco perché è così importante per un cristiano proclamare l’avvento del Regno, cioè il momento in cui noi uomini e Dio torneremo a vivere materialmente insieme per sempre; questo è lo scopo principale che dobbiamo perseguire come cristiani; questo è il fine che Dio si propone di raggiungere con noi uomini; questo è ciò che deve essere ben chiaro a tutti i cristiani e che le Chiese che annunciano l’Evangelo dovrebbero dire prima di tutto il resto, ma che purtroppo per conformarsi a questa società “molto terrena”, preferiscono spesso tacere!

“…SIA FATTA LA TUA VOLONTA’, COME IN CIELO ANCHE IN TERRA …”

 

Con questa dichiarazione si ribadisce e si auspica l’autorità di Dio su tutto il Creato che si realizza attraverso l’ubbidienza al suo volere.

Dio si aspetta che tutte le sue creature facciano quello che Lui ha stabilito; in particolare Dio fa una distinzione tra cielo e terra, evidenziando come nel Regno dei Cieli la sua volontà sia osservata pienamente da chi vi si trova (gli angeli, le creature celesti, i redenti?).

Il Regno dei Cieli è citato come esempio per gli uomini quaggiù sulla terra (Mt 5:48) che, purtroppo, in base sia a quanto riportato dalla Bibbia, sia osservando gli eventi nel mondo attuale, non osservano la volontà di Dio come Lui vorrebbe.

Il rapporto tra Dio e l’uomo che la Bibbia ci descrive, è un chiaro rapporto di sudditanza, subordinazione e dipendenza da parte dell’uomo nei confronti di Dio (Ro 6:22).

Nell’Antico Testamento l’umanità (il Popolo d’Israele in particolare) era chiamata ad ubbidire al proprio Dio Signore e padrone attraverso una rigida e puntuale osservanza delle leggi da Lui stabilite che racchiudevano nel dettaglio la sua volontà (Dt 28:1).

Ogni singolo aspetto della vita dell’uomo era regolato, affinché nessun uomo potesse deviare dall’osservare la volontà di Dio. Quando il popolo d’Israele, o anche dei singoli componenti dello stesso, si allontanavano dalla legge violandone i contenuti, Dio, sia pure paziente e lento all’ira, puniva adeguatamente chi trasgrediva.

La punizione, tuttavia, aveva, nella maggior pare dei casi, lo scopo di far ravvedere l’uomo che sbagliava, piuttosto che di una punizione fine a sé stessa (Gc 3: 7-10; 1°Co 10.11).

L’obiettivo che Dio persegue, di crearsi una “Nazione Santa”, non prevede la distruzione dell’umanità, bensì il suo recupero.

Questo atteggiamento nei confronti dell’umanità da parte di Dio, che è un atteggiamento di benevolenza e di amore, è reso esplicito ed inequivocabile con l’avvento di Gesù Cristo.

Dio si aspetta dall’uomo il compimento della sua volontà, e su questo non transige, tuttavia, alle doti di pazienza che hanno caratterizzato il Dio d’Israele, con Cristo si aggiunge il perdono e la misericordia infinita per le cadute dell’uomo dovute alla sua debolezza.

Dio vuole che l’uomo osservi la sua volontà, ma dopo la venuta di Gesù Cristo non lo obbliga più mediante la rigida osservanza della legge, bensì lo invita ad accoglierlo liberamente come un atto d’amore. Non minaccia più una punizione terrena per i trasgressori, ma promette il premio della salvezza e la vita eterna a coloro che faranno la sua volontà (Mt 13: 41-43).

Dai tempi d’Israele a quelli di Cristo, Dio è come se avesse fatto un “salto di qualità”: in un certo senso Egli è diventato il Dio di tutti o meglio il Padre di tutta l’umanità che è disposta ad accoglierlo come unico Dio (Ro 8:15-17).

Che cosa è cambiato?

Ai tempi d’Israele il volere di Dio, che era espresso attraverso la legge vincolava solo il popolo d’Israele, così avveniva che un uomo che non era parte d’Israele non era tenuto ad osservare la volontà di Dio, solo diventando parte di esso, come è avvenuto in certi casi, egli si impegnava ad osservare la volontà di Dio con tutte le relative conseguenze (Ru 4:11), viceversa ogni israelita, per il solo fatto di essere parte del popolo eletto di Dio, era tenuto ad osservare la sua volontà.

La Bibbia non ci riporta casi in cui qualche israelita abbia rinunciato espressamente a fare parte d’Israele per non dover più osservare la volontà di Dio, ma solo di innumerevoli disubbidienze fatte sia dai singoli che dal popolo intero.

Con l’avvento di Gesù il vincolo della legge è abolito definitivamente, non solo nei confronti d’Israele, dove vigeva, ma esso non viene esteso alla nuova nazione cristiana. La volontà di Dio non è più fatta osservare attraverso la Legge Mosaica ma annunciata mediante l’Evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio (Eb 8: 8-12).

La nuova Nazione Santa che Dio si è scelto sono i discepoli di suo figlio Gesù (Mt 28: 19-20), ad essi è destinata la volontà di Dio, ma rispetto a prima vi sono due importanti cambiamenti nel piano di Dio.

Il primo è dato dal fatto che, se prima Dio si era scelto un popolo precostituito a cui era obbligo compiere la sua volontà, ora Dio ha capovolto il paradigma: il suo nuovo popolo non è precostituito da individui obbligati ad obbedire, ma il popolo di Cristo si va formando attorno alla libera accettazione da parte dei singoli individui della volontà di Dio.

Si diventa parte del popolo di Dio (cristiani) accettando l’Evangelo. Nessun uomo sulla terra è più obbligato nei confronti di Dio, sia esso gentile o ebreo: io sono di Dio se faccio la sua volontà!

Il secondo cambiamento è dato dal passaggio dalla Legge all’amore (Ro 13: 8-10); la volontà di Dio non deve più essere fatta per costrizione o timore di pena ma per sincera devozione e gratitudine nei confronti di Dio che, per amore nostro ha sacrificato suo figlio e ci ha altresì adottati a nostra volta come figli.

In un certo senso è come se Dio, ad un certo punto, deluso dall’umanità, che nonostante il suo amore e le sue cure gli ha molto spesso votato le spalle, avesse detto: “bene ragazzi, io ho cercato di farvi da padre in tutti i modi, ho continuato ad amavi quando voi vi siete ribellati e mi avete tradito con il mio avversario; ho cercato tante volte di ricondurvi a me, dopo che fin dall’inizio voi siete stati figli ribelli e mi avete rinnegato come padre; adesso vi do un’ultima possibilità, vi mando mio figlio perché vi indichi la via da seguire, quelli di voi che lo ascolteranno e si pentiranno dei propri errori ritornando a me, io li raccoglierò nel mio Regno per sempre, qualunque siano stati gli errori commessi in passato, io a questi perdonerò tutto e mi potranno chiamare Padre; per gli altri, mi dispiace ma, io ho fatto tutto quello che potevo fare per loro, se non ascoltano neanche mio figlio Gesù,  che è morto per la loro salvezza, facciano pure quello che vogliono, io non li obbligo più in nulla, ma sappiano che costoro non entreranno nel mio Regno e per loro la vita finirà dopo la loro morte terrena, perché nel giorno del Giudizio non otterranno nulla!”

A questo punto però occorre fare un’importante precisazione rispetto a quanto comunemente noi intendiamo per “volontà di Dio”.

Qual è la volontà di Dio?

A questa domanda possiamo rispondere dicendo che:

la volontà di Dio è osservare gli insegnamenti che Egli ci ha trasmesso attraverso le scritture;

la volontà di Dio è che noi ubbidiamo al suo volere che si traduce nel credere e sperare in Lui, amandolo pienamente ed amare nel contempo il nostro prossimo.

Risposte esatte ma incomplete.

Per fare la volontà di qualcuno, noi possiamo comportarci in due modi:

eseguire fedelmente gli ordini ricevuti, senza chiedersi e/o capire il perché (esecuzione formale o materiale);

eseguire gli ordini ricevuti cercando di capire quale sia l’obiettivo da raggiungere (esecuzione sostanziale o intelligente).

La legge di Mosè richiedeva un’esecuzione del primo tipo;

l’insegnamento di Gesù richiede piuttosto, un’esecuzione del secondo tipo.

La legge dell’amore, come ci è stata trasmessa da Cristo, richiede che ciascuno abbia ben chiaro il perché Dio ci sta chiedendo di comportarci in questo modo. Eseguire senza capire porterebbe lo stesso ad un risultato positivo, ma Dio ci ha creati a sua immagine affinché noi potessimo progredire verso una maggiore e piena conoscenza, e non perché rimanessimo dei meri esecutori di ordini.

Gesù Cristo ci chiama non più “servi” ma “amici”, con Lui l’uomo fa un grande passo avanti e diventa partecipe consapevole del piano di Dio (Gv 15: 14-15). E’ proprio questo piano che Dio sta portando avanti fin dalla creazione del mondo, di cui l’umanità è una parte importante, che ci deve guidare nel compimento della sua volontà. Capire il perché Dio ci chiede di “amarci gli uni gli altri” e di amare Lui sopra ogni cosa è altrettanto importante che mettere in pratica questo comando (o desiderio) di Dio.

La Nazione Santa, il gruppo dei redenti, gli Eletti del Regno dei Cieli, sono coloro che Dio, fin dalla creazione del mondo, aveva identificato come le persone che vivranno con Lui per l’eternità (Ef 1: 3-5)!

Alcune persone in questo vedono la predestinazione di Dio; potrebbe anche essere intesa in questo modo, tuttavia è più giusto dire che Dio ha deciso fin da principio di realizzare questo obiettivo e si è mosso per realizzarlo tramite gli esperimenti del Giardino dell’Eden, di Israele, della venuta di Cristo.

Con Cristo si è compiuto l’ultimo atto dell’esperimento. Ora l’obiettivo è quasi raggiunto, la Nazione Santa si sta formando, il gruppo degli Eletti si sta completando grazie ai nuovi discepoli di Gesù Cristo che si aggiungono di anno in anno, fino a che Dio deciderà che il numero è completo.

Ma qual è il “collante” di questi santi?

Non è più l’osservanza della legge data all’uomo tramite Mosè, bensì “l’amore”! Solo chi ama è fedele in eterno, non così chi agisce per timore di un castigo o per speranza di un compenso. Dio sta selezionando l’umanità in base all’amore perché è l’unico parametro che come ci dice la scrittura “non verrà mai meno” (1°Co 13:8).

Ecco perché è estremamente importante che ciascun uomo che accetta di servire Dio, cioè di diventare cristiano, sia consapevole del perché Dio gli chiede di comportarsi in questo modo; fare la volontà di Dio in ultima analisi significa condividere con Lui il progetto della “Nazione Santa” che si sta formando attorno al nome di Gesù Cristo, e solo chi si dimostra degno (o dovremmo dire adatto) al Regno dei Cieli vi sarà accolto da Dio!

“…DACCI OGGI IL NOSTRO PANE CUOTIDIANO…”

 

Il pane è da sempre il simbolo del nutrimento e quindi della vita che si perpetua. Gesù Cristo prima di essere crocifisso, mentre celebrava l’ultima cena con i suoi discepoli, spezzò con loro il pane dicendo che quel pane era in realtà il suo corpo (Mc 14:22). Egli stesso si paragonò al vero pane, quel pane che sazia e che permette di non avere più fame (Gv 6:35).

L’uomo, lo sappiamo, ha bisogno di nutrimento ed è logico che nella preghiera si rivolga a Dio per ottenerlo, la frase della preghiera, tuttavia, va ben al di la della più semplice ed immediata richiesta di avere pane o un nutrimento in generale, essa è il riconoscimento fatto dall’uomo che la sua stessa vita dipende ogni giorno da Dio.

Il pane rappresenta il bisogno primario di ogni uomo, a noi uomini del mondo ricco può sembrare quasi banale domandare il pane a Dio, per noi basta uscire e acquistarlo in un negozio, sicuramente il pane non manca a nessuno di noi, ma nei paesi del mondo povero il pane è ancora un elemento importantissimo che fa la differenza tra la vita e la morte.

Dovunque ci troviamo, tuttavia, sia che siamo ricchi e viviamo nell’abbondanza, sia che siamo poveri e viviamo nell’indigenza, quando recitiamo il “Padre Nostro” chiediamo a Dio di farci avere ciò di cui necessitiamo per vivere.

La preghiera, che è uno degli atti fondamentali nella vita del credente, ha un’importanza veramente grande, che va ben al di là del gesto di chiedere qualcosa.

Riflettiamo un attimo su cosa significhi pregare; noi normalmente preghiamo Dio proprio per chiedergli qualcosa, sia esso il cibo, la salute, la gioia, l’amore o qualsiasi altra cosa che ci sta a cuore. Alla base della preghiera c’è la fede, maggiore è la nostra fede di ottenere qualcosa da Dio mediante la nostra preghiera, maggiore è la possibilità di ottenerlo, come anche Gesù stesso ha ripetuto in più occasioni (Mt 21:22; Lc 18:1; Gv 15:7).

Quando riusciamo ad ottenere quello che avevamo chiesto al Signore siamo ovviamente contenti e forse a volte ci ricordiamo anche di ringraziarlo (Lc 17: 15-18)! Per noi la cosa finisce li, almeno fino alla richiesta successiva, in realtà attraverso la preghiera noi compiamo un atto fondamentale, quello di onorare Dio e rendergli culto. Infatti, chi prega riconosce che Dio è Dio e che è sopra di noi che ci ascolta.

Chi pregherebbe, infatti, qualcuno che non può ascoltare o non è in grado di fare nulla?

Nessuno, perché la preghiera sarebbe tempo sprecato, tuttavia, se io credo che dalla mia preghiera possa venirmene un bene, allora io prego per ottenerlo, ma così facendo riconosco implicitamente che Dio è il mio Signore e io dipendo da Lui per avere ciò di cui ho bisogno: “il nostro pane quotidiano” appunto!

Dio è indubbiamente contento ogni qualvolta un uomo si rivolge a Lui in preghiera, fosse anche solo per chiedere e mai per ringraziarlo o lodarlo, non ha importanza; secondo il nostro modo di giudicare questo potrebbe sembrare un’ingratitudine, ma agli occhi di Dio non è così.

Così come sappiamo che è la grazia mediante la fede che salva, e non le opere, anche le preghiere d’intercessione sono un segno della nostra fede in Dio. Con questo non vogliamo dire che non si debba lodare Dio e ringraziarlo per ciò che Lui ci dona quotidianamente, ma solo sottolineare che Dio è felice che noi continuiamo a bussare alla sua porta riconoscendo che solo Lui ci può aiutare (Mt 7: 7-8), senza bisogno che noi ci sentiamo a posto in coscienza per averlo in qualche modo “ringraziato” per quanto abbiamo avuto.

Dio è felice che noi continuiamo a chiedere a Lui il “pane quotidiano” piuttosto che facciamo da soli o chiediamo ad altri. Solo chi si rivolge a Dio per i suoi bisogni, ovvero si affida interamente a Dio per ogni giorno della sua vita, riconosce in Dio il Padre amorevole e in Gesù Cristo il personale salvatore.

Ecco che nella lotta tra Dio e Satana le preghiere che salgono al cielo, sia quelle di lode e di ringraziamento, ma anche e direi, soprattutto quelle d’intercessione, sono come “scelte espresse a favore di Dio”!

Dio in effetti, come ci ha spiegato Gesù, sa di cosa abbiamo bisogno prima ancora che noi glielo chiediamo (Mt 6: 7-8), ma Lui vuole comunque le nostre richieste proprio perché esse sono dimostrazioni di avere fede in Lui e in Lui solamente.

L’uomo che non prega, o perché ovviamente non crede in Dio, ma anche solo perché pensa di non averne bisogno, cioè di poter fare a meno di Dio nella sua vita, in realtà è come se rendesse un culto al suo nemico che ha come obiettivo proprio quello di far venire meno la fiducia dell’uomo nell’opera del nostro Padre Celeste Creatore.

La preghiera diventa allora uno degli elementi fondamentali del “Patto”, sia quello fatto da Israele tramite Mosè (il Vecchio Patto), sia e ancor più quello fatto da Dio con tutta l’umanità tramite Gesù Cristo (il Nuovo Patto).

Questi due patti sono due alleanze fatte da Dio con gli uomini per contrastare il nemico di Dio (satana) che perciò diventa anche nemico degli uomini in quanto alleati di Dio.

Entrambi i Patti sono basati sul riconoscimento da parte dell’uomo dell’autorità dell’unico Dio su tutto il creato, da un lato, e dall’aiuto gratuito da parte di Dio all’umanità dall’altro come contropartita. La preghiera è il tramite di questo aiuto e la riprova che l’uomo riconosce Dio come unico Signore.

In fondo il Patto di Dio con l’umanità non è troppo dissimile dalle tante alleanze che un paese potente fa con i paesi più deboli (per esempio gli USA di oggi con molti PVS). Tutto quello che un paese del terzo mondo, oberato dai debiti e privo di tecnologia, può offrire ad una potenza mondiale come gli USA è la sua lealtà ed il suo appoggio politico nell’arena internazionale; per il resto non può fare altro che “pregare” per avere aiuti allo sviluppo e la cancellazione del suo debito.

Per contro gli USA sono disposti ad aiutare questo paese avendone in cambio un semplice appoggio e riconoscimento formale (non è certo l’appoggio militare od economico su cui fanno affidamento gli USA!).

A questa interpretazione alcuni obietteranno che il Dio qui descritto appare decisamente “cinico”, mentre il Dio biblico è mosso da sentimenti di amore verso l‘umanità.

L’amore di Dio verso l’uomo è fuori discussione; se Dio non amasse l’uomo non avrebbe fatto ciò che ha fatto finora, ma ciò non significa che l’uomo possa “pretendere di decidere” ciò che Dio vuole realizzare, ovvero l’uomo è lasciato libero di accettare o rifiutare l’alleanza con Dio, ma non di “rinegoziarla” come vorrebbero fare alcuni teologi progressisti. Dio è, e rimane Dio, anche se Lui ci ha teso la mano e si presenta a noi come un Padre amorevole.

Possiamo così identificare il punto centrale di tutta la storia biblica con la lotta in corso tra Dio e satana e mentre di questa, l’alleanza con l’uomo rappresenta invece solo una componente della stessa.

Questa visione certo non è condivisa da molti “cristiani moderni”, quelli per intenderci influenzati dal pensiero illuminista, poiché tale visione sminuisce l’uomo e lo abbassa nei confronti di Dio, tuttavia ritenere che l’uomo sia qualcosa di più di una creatura di Dio è come volerlo innalzare sullo stesso piano di Dio, e ciò equivale a continuare la ribellione nei confronti di Dio a cui Adamo ha aderito all’inizio.

Il Patto tra Dio e l’uomo non è un patto “tra eguali”; se così fosse non avremo certo bisogno di “pregare Dio” per avere ciò che Egli ci ha promesso, ma potremmo “pretendere” la nostra parte come si pretende quando si stipula un contratto con un’altra parte paritetica.

E’ anche in quest’ottica che le c.d. opere del Vecchio Patto sono state abbandonate e sostituite dalla fede nel Nuovo Patto, perché potevano trarre in inganno sulla natura del rapporto tra Dio e gli uomini, facendo ritenere che a fronte di opere fatte dall’uomo, Dio potesse essere in qualche modo obbligato nei suoi confronti, come lo sarebbero entrambi i contraenti di un patto paritetico; in realtà non è così, a Dio tutto è dovuto, mentre nulla può essere preteso dall’uomo nei suoi confronti, specialmente da quando è diventato ribelle. Solo la ritrovata fedeltà (fede) nei suo confronti può far sì che Dio ci ascolti e accolga le nostre preghiere (Ro 4:4).

“…RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME ANCHE NOI LI ABBIAMO RIMESSI AI NOSTRI DEBITORI…”

 

La riflessione aperta alla fine del punto precedente può tranquillamente continuare nell’esame di questa parte del Padre Nostro; Dio è Dio, a Lui tutto è dovuto e nulla possiamo pretendere da Lui, se non come supplica e preghiera. L’umanità, cioè ogni singolo uomo, ha un conto aperto con Dio, e questo conto è sempre “in rosso”, cioè l’uomo, per quanto faccia, non solo non potrà mai vantare “crediti” verso Dio ma neanche andare “a pari” grazie alle sole sue forze!

Questa frase dispiacerà sicuramente a molti credenti e teologi cattolici che pensano ancora alle opere meritorie dei santi e cose simili, ma purtroppo, dal momento in cui veniamo al mondo, noi nasciamo già con un carico di debiti nei confronti di Dio che abbiamo ereditato dai nostri progenitori ribelli e che non possiamo sperare di pagare neanche se vivessimo non una ma dieci o cento vite sante quaggiù sulla terra, anzi è molto più facile che questi debiti riusciamo ad incrementarli che non a diminuirli, a causa dei nostri continui errori e trasgressioni.

Anche qui possiamo prendere ad esempio i PVS; così come per il loro debito non è ragionevole pensare che possa essere pagato con le loro sole forze, ma solo rimesso volontariamente dai paesi ricchi; così per i nostri debiti nei confronti di Dio, noi possiamo sperare solo nella loro remissione da parte di Dio come atto d’amore, mediante la fede in Gesù Cristo.

Solo così possiamo sperare di andare “in pari” con Dio (Lc 17:10)!

Chiediamo dunque a Dio di perdonare le nostre mancanze nei suoi confronti, ovvero di non essergli stati fedeli come avremmo dovuto, lasciandoci trascinare sulla via del maligno, piuttosto che rimanere fedeli al nostro Padre Celeste. Ammettiamo anche qui la nostra piena dipendenza e sottomissione a Dio e per questo otteniamo il perdono.

A questo punto però Dio aggiunge una condizione: non basta per noi chiedere perdono delle nostre trasgressioni e riconoscere ancora una volta l’autorità di Dio su di noi, Dio ci chiede anche di usare nei confronti dei nostri fratelli la stessa misericordia che Lui usa verso di noi, anzi fa dipendere il nostro perdono proprio dal fatto che anche noi siamo disposti a perdonarci gli uni gli altri (Mt 5: 23-24).

Pensate per un momento ad una famiglia dove due figli si siano comportati male sia nei confronti del loro padre, sia nei loro reciproci confronti. Il Padre richiama i figli affinché si ravvedano dal loro errore e li perdona per le mancanze commesse nei suoi confronti; i figli resosi conto dell’errore si riappacificano con il padre ma tra di loro continua il diverbio.

Possiamo dire che in quella famiglia c’è armonia e amore tra i componenti? Certamente no!

L’obiettivo di Dio riguardo al Regno dei Cieli, è di portarvi quanti più uomini possibile che amino e riconoscano Dio come loro Padre e Signore (Lu 14:23), ma quand’anche tutti i redenti fossero in pace con Dio ma ci fossero dissidi tra di loro, nel Regno di Dio non vi sarebbe pace. È quindi necessario che ogni uomo sia in pace non solo con Dio Padre ma anche con ciascun altro dei suoi fratelli.

Gesù Cristo è stato molto esplicito su questo punto e ci è ritornato più di una volta, ribadendo che di tutta la legge ed i comandamenti le cose esenziali da osservare per entrare nel Regno dei Cieli erano tre:

amare Dio più di ogni altro;

amare il prossimo come se stessi (Mc 12: 30-31; Ro 13: 8-10);

amare i fratelli nella fede come Egli ci ha amati (Gv 15:12).

La fede è resa perfetta nell’amore; solo chi ama può entrare nel Regno di Dio perché solo attraverso l’amore dimostriamo di essere fedeli a Dio.

L’amore, infatti, è l’unica cosa in cui il nemico di Dio, satana non riesce a competere con Dio senza rinnegare sé stesso, perché egli è mosso da tutt’altri sentimenti.

I redenti saranno perciò giudicati sia in base al loro amore per il Signore, sia per quello verso i propri fratelli, l’amore sarà la chiave per aprire le porte del Regno dei Cieli perché chi ama è fedele alla persona amata e solo chi sarà stato provato fedele a Dio fino al sacrificio e alla morte, se necessario, sarà tra quelli che Dio farà entrare nel suo Regno (Ap 21:27).

Da queste riflessioni possiamo trarre una prima conclusione circa gli elementi che saranno alla base dei rapporti nel Regno dei Cieli: Dio Padre e suo figlio Gesù Cristo, a cui è stato affidato il governo del Regno (Gv 5: 22-23, Eb 1:3), si sono presentati all’umanità nelle vesti di Padre e di fratello, amorevoli, scegliendo di farsi accettare dagli uomini non in virtù del loro status di divinità, e non a ragione del loro potere e sapere, superiori a qualsiasi potere e sapere umano, bensì in virtù del loro amore per noi.

Nel Regno di Dio i rapporti sono dunque regolati dall’amore reciproco di Dio verso gli uomini, e degli uomini verso di Lui e tra di loro. Si tratta della c.d. “legge dell’amore” che in nessun stato o nazione terrena può funzionare, perché richiede il consenso unanime di tutti, cosa impossibile sulla terra.

Già in una famiglia molto unita possono sorgere dissidi e litigi, e si tratta di poche persone unite da vincoli di sangue, ma anche li l’unità non è garantita da legami di parentela ma, dove non vi è vero amore, anche le famiglie si dividono.

Il “collante” è l’amore, dove non c’è amore tutto viene meno. Ecco perché per il suo Regno, Dio ha scelto l’amore come base della futura società celeste; però affinché ciò sia possibile Dio vuole essere ben sicuro che gli uomini che accederanno al suo Regno siano affidabili e che non si ribelleranno di nuovo, per questo motivo Lui vaglia ogni uomo che nasce, vive e muore sulla terra per provarne il suo amore verso di Lui e verso il suo prossimo. La nostra vita quaggiù è una sorta di “esame” da non prendersi alla leggera visto che è in gioco la nostra vita futura (Mt 13: 40-43).

Possiamo discutere sul fatto che Dio sia generoso o meno, che alla fine perdonerà tutti gli uomini comunque, come sostengono alcuni, proprio in virtù del suo immenso amore, ma il Giudizio aspetta solo a Dio e non sta a noi uomini stabilire chi sarà salvato e chi no (1°Co 4:5); tuttavia, la misericordia di Dio, in base a quanto riportato nella Bibbia, non prescinde dal pentimento e dall’accettazione di Dio come unico Dio e di Gesù Cristo come Salvatore (At 3:19).

Meglio non travisare questo contenuto delle scritture o rischiamo di avere delle brutte sorprese alla fine, perché sembra evidente che all’uomo è dato tutto il tempo di ravvedersi durante la sua vita terrena senza preclusioni, ma se non avrà dimostrato di essere fedele a Dio, di amarlo sinceramente con tutto il suo cuore, e di amare i suoi fratelli come se stesso, difficilmente Dio lo accoglierà nel suo Regno perché una persona così sarebbe inaffidabile e rischierebbe di minare ancora una volta il progetto di Dio, e sicuramente questa volta Dio vorrà evitare che questo accada  (Ap 21: 7-8)!

“…NON CI ESPORRE ALLA TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALIGNO…”

 

Su questa parte del “Padre Nostro” si è sviluppato un certo dibattito ultimante; il vento revisionista che soffia nella “nuova cristianità” ha fatto si che alcuni teologi ritenessero che non fosse possibile che Dio ci “esponga volontariamente” alla tentazione, ovvero non potesse “indurre l’uomo in tentazione” (come si legge nella traduzione cattolica), per cui è stato proposto di sostituire il verbo “esporre o indurre” con un meno incisivo “abbandonare” alla tentazione.

È veramente Dio che “espone o induce” l’uomo in tentazione?

Pensare che Dio voglia deliberatamente far cadere l’uomo nelle mani del suo nemico è, non solo un’assurdità, ma anche una contraddizione con quanto affermato nella seconda parte della frase: “liberaci dal maligno”.

È indubbio che a tentare l’uomo fin dall’inizio è sempre stato satana, che a tale scopo si è presentato all’uomo sotto molteplici forme. Le due parti della frase, vanno quindi viste e lette insieme, perché una è in funzione dell’altra.

La grande importanza di questa parte del Padre Nostro è data dal fatto che Dio è pienamente consapevole del pericolo rappresentato per l’uomo dalla presenza sulla terra di satana e dei suoi seguaci, un pericolo reale e concreto da cui l’uomo da solo non riesce a proteggersi. Solo con l’aiuto di Dio l’uomo può avere la meglio

su satana e sulle sue tentazioni, per cui Dio stesso lo pone tra le “priorità” nelle preghiere dell’uomo.

Ma chi è veramente questo satana, o diavolo o demonio che dir si voglia?

Come già puntualizzato in precedenza, la Bibbia, dal libro della Genesi fino all’Apocalisse registra una costante presenza del demonio, a volte apertamente, altre volte sotto forma di “male” in generale o ne lascia intravedere la presenza attraverso la cattiva influenza sulla condotta dell’uomo.

È interessante notare come la figura del maligno è centrale sia nella Bibbia, sia nella storia dell’umanità (Gb1:7); se non ci fosse stata la ribellione degli angeli, il destino dell’uomo sarebbe stato sicuramente diverso perché nessuno ci avrebbe “indotto in tentazione” e di conseguenza Adamo e i suoi successori sarebbero rimasti fedeli e in stretto rapporto con il loro creatore!

Purtroppo, per noi, ma anche per Dio stesso, la ribellione degli angeli c’è stata, e con essa tutte le conseguenze di cui la Bibbia ci narra (2P 2:4; Gd 6).

Il diavolo ha lanciato a Dio una sorta di “sfida” mettendo in dubbio la sua autorità di Dio e il suo diritto di regnare sul mondo. Dio, suo malgrado, è stato costretto ad accettare la sfida per provare che ciò che il diavolo diceva non era vero (GV 8:44). Dio avrebbe sì potuto distruggere gli angeli ribelli con un atto di forza fin dall’inizio, ma così facendo non avrebbe dimostrato che il diavolo è un bugiardo (la verità non si dimostra con la forza, come purtroppo si fa spesso nel mondo degli uomini, dove sono i vincitori che scrivono la storia!).

L’uomo in questo conflitto si è venuto a trovare in una posizione simile al c.d. “vaso di coccio tra due vasi di ferro”; se da una parte l’umanità non è altro che un mezzo su cui giocarsi la contesa (e una parte della posta in palio), dall’altra l’uomo ha da sempre voluto ritagliarsi un posto di primo piano in questa contesa, ora schierandosi con l’uno, ora con l’altro contendente, per cercare di sfruttare al meglio la sua posizione.

La contesa tra Dio e il diavolo inoltre si svolge secondo determinate regole: da una parte Dio non permette a satana che l’uomo sia tentato oltre le sue stesse forze (Gb 1:12; 2:6; 1°Co 10-13), per contro nessuno dei due interviene in modo manifesto nelle vicende umane, ma entrambi si muovono sempre dietro le quinte, e questo ha fatto si che l’uomo abbia avuto l’impressione di avere campo libero nelle sue azioni e di sopravvalutare il suo ruolo e la sua importanza.

Questo atteggiamento, in effetti, ha favorito di fatto uno dei due contendenti, il diavolo, che trae il vantaggio maggiore da un atteggiamento ribelle dell’uomo. In fondo non c’è nulla di nuovo in questo modo di agire tipico del diavolo visto che fin da principio ha tentato l’uomo proprio istigando in lui il desiderio di “essere uguale a Dio” (Gn 3:4).

La partita tra Dio e il diavolo è tuttora in corso, ma le sorti sono già segnate, ovvero il risultato finale si conosce già da tempo, visto che l’Apocalisse ci predice gli avvenimenti degli ultimi tempi con la vittoria di Dio sul maligno e la sua distruzione eterna (Ap 20:10); tuttavia, il diavolo non rinuncia certo a combattere, anzi le scritture ci dicono che più si avvicinerà la fine, più il diavolo si darà da fare per cercare di traviare quanti più uomini possibile (Ap 12: 7-12).

Un tale comportamento ai nostri occhi può anche sembrare assurdo, ma non è così per il maligno, che è l’essenza del male assoluto, così come Dio lo è del bene. Noi uomini possiamo propendere al male o al bene, schierarci dalla parte di satana o dalla parte di Dio, fare il male e poi pentirci di averlo fatto, così come possiamo fare il bene e poi ricadere nel peccato, questo fa parte della nostra natura umana. Dio e il diavolo sono due esseri perfetti, per cui Dio fa solo il bene senza possibilità di sbagliare, mentre satana fa solo il male senza possibilità di redimersi da esso.

Sono di fronte due concezioni del creato che sono inconciliabili e, una sola potrà sussistere alla fine dei tempi. Le scritture ci predicono che sarà Dio a vincere alla fine e che con Lui vinceranno anche coloro che si sono schierati dalla sua parte, ovvero, Dio premierà la fedeltà alla sua alleanza tramite suo figlio Gesù Cristo, riportando in vita gli uomini a Lui fedeli e donandogli una vita simile alla sua, cioè “eterna” (Ap 20:12).

Il demonio da parte sua non può promettere la vita eterna a nessun uomo, non solo perché non la possiede, ma anche perché ciò gli è impedito da Dio.

Satana, evidentemente, pur essendo un essere perfetto non soggetto alla corruzione, non ha accesso alla chiave della vita e non può dare una “vita eterna” dopo la morte, nonostante le tante credenze popolari che affermano che chi “vende l’anima al diavolo” vive molto a lungo quaggiù sulla terra.

Nonostante queste sue limitazioni, satana riesce a portare dalla sua parte un numero impressionante di uomini grazie al fatto che, mentre per stare dalla parte di Dio occorre fare una scelta (esplicita o implicita che sia) ben precisa che comprenda il riconoscimento e l’accettazione da parte dell’uomo di Dio e del suo figliuolo Gesù Cristo come unico Dio, Padre e Salvatore; per stare dall’altra parte non è necessario dover riconoscere l’autorità di satana e rendergli un culto specifico, non è neanche richiesto di credere in lui o nella sua esistenza, è sufficiente non credere in Dio per essere considerato tra i ribelli e quindi tra gli alleati di satana.

Ecco perché Gesù Cristo ci mette in guardia sul fatto che larga è la via che porta alla perdizione e molti sono quelli che l’intraprendono (Mt 7:13)!

Che rapporto ha l’umanità con il demonio?

Questo è un punto di fondamentale importanza perché da esso dipende poi la sostanza del nostro destino.

Abbiamo già parlato del diverso modo di porsi del demonio nei confronti dell’umanità e delle mutate strategie nel tempo per cui non è necessario ripeterci sull’argomento, basti solo far notare come oggi, non solo la c.d. “società laica” (cioè che non crede nell’esistenza di una divinità sopra l’uomo) non considera in alcun modo l’azione del demonio dietro le azioni umane nefaste, cosa del resto comprensibile perché, se lo facesse, sarebbe come ammettere di credere in ciò di cui si nega l’esistenza, ma anche molti teologi e i “moderni cristiani” trascurano quasi del tutto la figura del maligno quasi a volerne di fatto negare l’esistenza.

È come se in contrapposizione a Dio non ci fosse più il diavolo, bensì l’uomo stesso, che è peccatore per sua libera scelta.

Attenzione perché questa è una teologia molto pericolosa che non ha radici bibliche e che fa il gioco del maligno: l’uomo è vittima del peccato, non artefice. L’uomo non è il maligno antagonista di Dio, bensì la creatura debole che è tentato dal maligno.

Il peccato non è il Male, bensì l’azione errata indotta dal Male che è satana.

Il peccato conduce alla morte perché è la conseguenza dell’allontanamento dalla via del bene per seguire il maligno.

Il peccato da cui Gesù Cristo è venuto a riscattare l’umanità è la ribellione a Dio e il conseguente asservimento a satana (Ro 5:10).

Non esiste altro peccato se non il peccato d’Adamo (Ro 5:12-21), ma chi non riconosce il ruolo del demonio nella perdizione dell’umanità e attribuisce il tutto all’opera dell’uomo stesso, di fatto, si pone fuori dalla grazia di Dio perché si fa ribelle un’altra volta.

Oggi l’umanità corre questo grave pericolo, di cadere vittima di questa nuova tentazione del maligno, anche lui essere reale come reale sono Gesù Cristo e Dio Padre, occorre perciò guardarsi bene da questa nuova minaccia, ed è per questo che le parole del “Padre Nostro” …non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno, sono più che mai attuali, oggi come lo erano ieri, e lo sono state sempre.

Non commettiamo l’errore di abbassare la guardia su questo punto perché anche se non si vede, il demonio c’è, ed è presente qui tra noi, oserei dire anche in misura maggiore dello Spirito Santo di Dio, visti gli avvenimenti del mondo. 

Gesù ci mette in guardia contro le opere del maligno fornendoci un semplice ma efficace consiglio per smascherarle: “l’albero si conosce dal frutto che porta” (Mt 12:33)!

Tenuto conto che questa impostazione non è condivisa dalla maggioranza dei teologi dei nostri giorni, sarà giudicata essere una visione “medioevale” della fede, visto che il “parlare molto del demonio” era tipico della chiesa antica che atterriva il credente con la presenza del diavolo in ogni manifestazione del mondo. Quante volte una persona non gradita dalla chiesa è stata dipinta infatti come “l’anticristo”!

Ancora una volta però, rigettiamo questa critica basandoci proprio sulla Bibbia, e ribadendo che non può essere l’uso improprio fatto in passato della Bibbia da parte dell’uomo a determinarne la bontà dei contenuti.

Sicuramente nel cristianesimo medioevale, un epoca oscura e travagliata per l’umanità, si è abusato della figura del diavolo, leggendo la scrittura con un’angolazione molto particolare; oggi i tempi sono mutati e con essi la lettura che noi facciamo della Bibbia, questo però non ci può portare ad ignorare di proposito una parte della Scrittura; quello che è scritto nella Bibbia va preso, letto, valutato ed accettato nella sua interezza, pur potendogli attribuire significati diversi, più attuali per l’umanità odierna, (che è poi il compito che si prefigge quest’opera) non possiamo sottacere un aspetto così importante.

L’isteria collettiva che vedeva il diavolo ovunque della chiesa medioevale, e la pressoché totale assenza del diavolo della chiesa moderna, non possono essere le uniche posizioni valide sull’argomento; sono anzi da ritenere entrambe molto parziali, perché travisano quello che è il contenuto biblico in proposito.

Per dirla in termini moderni, il diavolo sta da sempre facendo una grandissima campagna di “disinformazione” e “manipolazione delle menti umane”, la sua non è una presenza invadente, come si riteneva in passato, ma neanche un’assenza assoluta come si ritiene oggi; il demonio ha una presenza “discreta” nella nostra società, arriva ovunque abbia un interesse, manipola l’uomo per il raggiungimento dei suoi fini, senza mai esporsi in prima persona ma anzi inducendo l’uomo a credere di essere l’uomo stesso l’unico artefice delle proprie azioni.

I seguaci (veri) del demonio, cioè i c.d. “adoratori di satana” sono un numero molto ridotto nella realtà, nonostante i numerosi fenomeni di sette sataniche e affini, non è infatti su questo campo che si sta combattendo la vera battaglia tra Dio e satana.

Non ci dovremmo certo aspettare di incontrare dei demoni agli angoli di ogni strada, così come non ci dobbiamo aspettare di incontrare degli angeli di Dio che scendono dal cielo in ogni momento, tuttavia, la Bibbia ci invita a prendere atto della loro realtà e concretezza.

Non è la quantità di persone che vedono un angelo di Dio o un demone di satana personalmente, che determina la loro esistenza o meno per un credente, questo la Bibbia ce lo dice chiaramente; che poi i c.d. non credenti vogliono segni e prove continuamente per comunque non credere è un altro discorso (Mt 16:4)!

Chi crede in Dio e rimane a Lui fedele non può non credere anche nell’esistenza di satana, il suo avversario, e temere per le sue insidie continue, così va inteso la preghiera di Gesù al Padre “…non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno…”

“…POICHE’ TUO È IL REGNO, LA POTENZA E LA GLORIA IN SEMPITERNO, AMEN.”

 

Così si conclude la preghiera del Padre Nostro, ma alcuni considerano questa frase un’aggiunta posteriore alla preghiera, non espressamente pronunciata da Gesù.

In effetti il Padre Nostro è già perfetto così com’è, senza il bisogno di aggiungere questa frase, che, a voler ben guardare, sembra riportare il discorso su toni decisamente più formali ed austeri del tono amorevole e fraterno usato da Gesù.

Se di aggiunta posteriore si tratta, dobbiamo prendere atto che i primi cristiani hanno così voluto sottolineare la loro piena e totale accettazione di Dio Padre e della sua sovranità su di loro e su tutto l’universo. Si tratta quindi di un atto di fede e di devozione nei confronti di Dio, che si è mostrato così amorevole e misericordioso verso l’uomo.

Anche noi oggi (cristiani evangelici) continuiamo a pronunciare la frase al termine della preghiera (anche se non tutti lo fanno), e, al di la del meccanicismo con cui spesse volte si finisce per pronunciarla, è comunque un segno di riconoscimento di appartenenza di noi uomini a Dio che è immensamente più grande di noi e a cui tutto si conduce.

 

CONCLUSIONI

E’ giunto quindi il momento di tirare un po’ le somme; chi è arrivato a leggere questa lunga meditazione fino a questo punto, si sarà formato un serie di idee su Dio e sul suo progetto (o disegno come lo chiama qualcuno) e questo lo avrà aiutato a delineare una certa figura di Dio; quasi fosse una fotografia che, un tempo, pian piano si imprimeva sulla carta nella bacinella di sviluppo del fotografo, e si concretizza davanti agli occhi di chi legge la Bibbia con gli occhi del cristiano del XXI°.

Qual è l’immagine che ne esce?

Possiamo provare a delinearne una che sia abbastanza verosimile, avendo in sé sia la correttezza biblica che l’attualità dei nostri tempi.

Abbiamo visto che la Bibbia ci presenta un “Essere” (IO SONO) da cui ha origine il tutto, ed in particolare, cosa più importante per noi, Lui è colui che ha creato il genere umano.

Questo essere, che da noi si è fatto chiamare “Dio”, ci ha detto che noi siamo simili a Lui per molti aspetti, senza tuttavia possedere la sua perfezione.

Lui ci ha creati in una sorta di laboratorio utilizzando le sue conoscenze “scientifiche” che per noi rimangono tuttora in buona parte impenetrabili.

Cosa voleva ottenere Dio creando l’umanità?

Il suo obiettivo fin dall’inizio è stato quello di crearsi una “Nazione Santa” o un “Regno” dove Lui avrebbe regnato sopra tutte le sue creature in eterno.

Perché Dio vuole realizzare questo?

La Bibbia non riesce a scrutare nella mente di Dio, non riesce a penetrare i suoi pensieri ovviamente, Dio ci dice solo ciò che Lui ci vuole dire. Dalle sue azioni tuttavia, traspare che Lui tiene molto alla sua creazione, e non solo alle creature celesti, che vivendo già al suo fianco fin dall’inizio hanno dimostrato di essere già perfette per il suo Regno, ma anche alle creature terrene che invece sono sicuramente meno perfette e più inclini alla ribellione, ma proprio per questo più propense a dare soddisfazioni a Dio quando esse scelgono volontariamente, per un genuino gesto d’amore, di amarlo e servirlo.

Per aiutare l’uomo e facilitargli la scelta, Dio si proclama apertamente “Padre dell’uomo”, si “abbassa” al suo livello diventando Lui stesso uomo, soffrendo le sue stesse sofferenze, vivendo le sue tesse angosce e provando i suoi stessi timori, attraverso suo Figlio Gesù Cristo che arriva ad offrire sé stesso in olocausto per la salvezza dell’umanità (Gv 3:16).

Dio sceglie l’amore quale metro di giudizio per valutare la fedeltà di ogni singolo uomo. Perché?

Dio sa che l’amore è la sola vera garanzia di fedeltà (Gv 14: 21-24); gli angeli sono perfetti e amano Dio dall’alto della loro perfezione, cosa abbastanza ovvia se vogliamo, è un po’ come chi è ricco e non fatica a dare ciò di cui dispone in abbondanza.

L’uomo, però, che non è perfetto, amando Dio, compie una scelta che comporta un grosso sacrificio, una croce da portare ogni giorno per l’appunto (Mt 16:24), chi, nonostante questo, persevera nell’amore verso Dio, dimostra una fedeltà così grande che Dio apprezza più di ogni altra cosa, a tal punto che nel Regno di Dio i redenti saranno posti in una posizione privilegiata essendo chiamati a giudicare persino gli angeli, poiché a loro è stato chiesto molto e a loro sarà anche dato molto (1Co 6:2).

Il progetto di Dio si compirà con la realizzazione di una “Nazione Santa” (Ap 19:1, 6; 21: 3-4), questa nazione sarà l’orgoglio e la maggiore soddisfazione di Dio, perché Lui è riuscito a rendere perfetto l’uomo, creatura imperfetta, mediante l’amore.

Dio in tutto questo tempo ha portato avanti il suo progetto con pazienza, come un scienziato ha provato più volte a “indirizzare” l’uomo sulla strada giusta, lo ha però sempre fatto con discrezione, senza forzare mai l’uomo nelle sue azioni, ma restando però vigile per intervenire quando si rendeva necessario per porre rimedio agli errori dell’uomo che stava andando troppo oltre, o per rispondere alle sue richieste d’aiuto.

In questo suo comportamento possiamo ben vedere l’azione di un Padre amorevole che sorveglia da vicino la crescita dei suoi figli senza però diventare mai un padre apprensivo o invadente, che soffoca il loro libero apprendimento.

Possiamo ben pensare che oggi l’obiettivo più importante per Lui sia quello di condurre l’uomo alla piena maturità, cioè al giorno in cui l’umanità sarà abbastanza evoluta per amare e comprendere Dio nella sua pienezza. Allora l’umanità potrà finalmente incontrare faccia a faccia il suo Padre Celeste Creatore, e allora Dio porrà presumibilmente termine all’esperimento, e tirerà le somme come ci annunciano le scritture.

Cosa ci riserva dunque il futuro?

La Bibbia ci parla del futuro di ogni singolo uomo vissuto sulla terra e del futuro dell’umanità.

Ognuno di noi sarà giudicato in base alle sue scelte (Gv 5: 28-29): la vita presente è un dono che Dio Padre creatore ha fatto a tutti gli uomini che sono venuti al mondo, la vita futura invece sarà una ricompensa che Dio darà a quegli uomini che gli sono stati fedeli nella vita presente riconoscendolo come Dio e Padre ed amandolo con tutto loro stessi.

Le scritture ci dicono che Dio risusciterà tutta l’umanità per il Giudizio, Lui ci darà dei nuovi corpi, come quello che Gesù ha assunto dopo la risurrezione (Ro 6:9), corpi incorruttibili dove saranno inserite le nostre coscienze, ovvero i nostri ricordi e i nostri pensieri, che possiamo identificare nella nostra anima, (non immortale come credono alcuni, cioè non capace di vita propria fuori dal corpo dopo la morte, ma sicuramente messa da parte da Dio per il futuro Giudizio; 1°Co 15:40).

La società umana nel nuovo Regno sarà una società con caratteristiche diverse da quella attuale (1°Co 15: 51-53), in base a quello che la Bibbia ci dice, queste dovrebbero essere le principali differenze:

a)    si tratterà di una società definita e definitiva; il numero dei componenti sarà fissato in modo definitivo con il Giudizio Finale, non vi saranno più, né nuove nascite, né nuove morti, perché allo stesso modo in cui Dio è eterno, così sarà il suo Regno (Mt 22-30);

b)   sarà una società selezionata ed esclusiva; nel Regno dei Cieli, o se preferiamo sulla Nuova Terra, saranno ammessi sono coloro che avranno passato il Giudizio di Dio secondo i parametri da Lui stabiliti, tutti gli altri uomini, nonché i nemici di Dio, i demoni, saranno distrutti (la seconda morte - Ap 20:12-15);

c)    sarà una società che avrà una scala gerarchica ed un capo; il capo sarà Gesù Cristo, che regnerà per l’eternità sui nuovi cieli e la nuova terra, accanto a Lui ci sarà un gruppo di uomini che rivestiranno un particolare ruolo in base ai loro “meriti”, intendendosi per meriti non le c.d. opere, bensì il grande amore e la fedeltà che essi hanno dimostrato nella loro vita terrena (Ap 20:4-5),

d)   sarà una società reale e fisica, gli uomini verranno risuscitati con un corpo fisico e vivranno una vita materiale, solo una piccola parte dell’umanità avrà una forma più “spirituale” (Ap 14: 1-4).

In buona sostanza, possiamo dire che il Regno dei Cieli non sarà, come molti pensano, il luogo di ritrovo delle “anime dei morti”, ma un luogo fisico concreto e ben definito, dove si realizzerà il sogno di ogni uomo di vivere in pace e secondo giustizia per sempre, senza più né dolore, né sofferenza, né bisogno alcuno che non sia pienamente soddisfatto (Ap 21: 3-4).

Questa possiamo ritenerla l’interpretazione più plausibile delle Scritture che, a proposito di questo, usano immagini molto simboliche e di non facile interpretazione.

Di fronte a questa tesi troviamo le critiche più feroci da parte dei non credenti che oltre a negare Dio per principio ritengono ancora più assurdo l’esistenza di un “Regno dei Cieli”.

La morte ci da fastidio, ne abbiamo paura, perché, comunque vadano le cose, noi da quel momento in poi cessiamo di esistere nel modo in cui eravamo prima.

Anche se di fronte alla morte tutti gli uomini, indistintamente, hanno paura, ogni uomo reagisce in un modo diverso a seconda di quello in cui ha creduto. Ci sono coloro che non credono in Dio e coloro che ovviamente ci credono, ma di fronte alla morte, né i primi, né i secondi, sono rassicurati, poiché, per i primi la morte significa la fine di tutto, mentre per i secondi la morte rappresenta comunque un’incognita: sarà vero ciò in cui ho creduto? E se è vero, sarò tra i salvati, oppure no?

Si è perciò fatto strada un’invenzione tutta umana, i cui fondamenti biblici sono assai dubbi, che l’uomo abbia in realtà due corpi, uno materiale che muore, e uno spirituale che è immortale, che molti chiamano comunemente e impropriamente: “anima”.

Così succede che per i credenti l’anima alla morte del corpo si stacca e va in cielo (in pratica è come dire che non moriamo mai del tutto!); per i non credenti questa fantomatica anima vaga tra i mondi più impensabili: degli spiriti, degli antenati, della reincarnazione, delle energie vitali dell’universo e simili.

La Bibbia, tuttavia, ci dice che l’anima e il corpo sono due sinonimi per indicare una cosa unica: “l’uomo è un’anima vivente” cioè un corpo in cui è stato effuso un “alito vitale” da parte di Dio (Ge 2:7) di conseguenza noi moriamo completamente con l’unico corpo che abbiamo, e dopo essere morti siamo nelle mani di Dio che ci risusciterà all’ultimo giorno donandoci un nuovo corpo, questa volta immortale, nel quale saranno inseriti i nostri ricordi terreni (anima).

L’immortalità che avremo sarà quella del nuovo corpo, e deriverà, verosimilmente, dal fatto che avremo ancora l’accesso ai frutti dell’albero della vita (questa volta per sempre) che fu tolto a suo tempo ad Adamo perché si era ribellato (Ap 22:2).

Ma perché questa parte della Bibbia è così difficile da accettare anche da parte degli stessi credenti?

Dobbiamo osservare come questo sia l’ultimo atto di ribellione dell’umanità nei confronti di Dio.

Che differenza fa per un credente morire completamente ed essere riportato in vita da Dio per l’eternità, piuttosto che morire con il corpo ma vivere in eterno con l’anima a cui sarà in futuro associato un nuovo corpo? (ma su questo i cristiani già non sono più tutti d’accordo).

Apparentemente niente, così come nella sostanza non cambia nulla, poiché in fondo se io ho fede vivrò comunque.

La differenza sta però proprio nella fede; se io ho fede in Dio, riconosco Dio come l’unica fonte della mia salvezza, cioè l’unico che mi può trarre dalla morte, l’unico che ha la chiave dell’albero della vita, mentre se io ritengo di avere già in me stesso una qualche forma di “immortalità”, l’opera salvifica di Dio è vana, così come è stata vana la morte di Gesù Cristo.

Che bisogno avremmo di essere salvati se fossimo già in qualche modo degli immortali?

Ragioniamo per assurdo e immaginiamo di credere che effettivamente l’uomo sia la somma di un corpo materiale mortale ed uno spirituale immortale (anima) e che alla morte del primo, il secondo continua ad esistere autonomamente, almeno fino a che Dio all’ultimo giorno non ci condanna e decide di distruggere anche questo corpo spirituale (o peggio ancora di tormentarlo nell’inferno per l’eternità).

Le scritture ci dicono che Gesù Cristo, fattosi uomo, è morto e risorto al terzo giorno (con un corpo fisico) e salito al cielo. Egli è il primo dei risorti, e noi un giorno lo seguiremo sulla stessa strada (1Co 15:20).

Ora se fosse vero che noi abbiamo un corpo ed un’anima (immortale) dovremmo pensare che Gesù Cristo quando è morto con il corpo, in realtà non sia mai morto del tutto perché la sua anima viveva ancora.

Allora la sua anima immortale che fine ha fatto in quei tre giorni che Gesù è rimasto morto col corpo?

È salita al cielo per poi ridiscendervi dopo tre giorni e reincarnarsi di nuovo nel corpo?

Ha vagato per la terra nell’attesa?

Ma se aveva un’anima immortale, è veramente morto Gesù Cristo?

Che senso avrebbe il suo sacrificio in tal caso?

La cosa assumerebbe contorni molto assurdi e controversi.

Crediamo che Gesù Cristo, quando si è fatto uomo, come tutti gli altri uomini, aveva un solo corpo e che la sua coscienza fosse allora contenuta in questo corpo così come lo è la nostra. Quando Lui è morto, è effettivamente morto e per tre dei nostri giorni ha cessato di esistere come essere vivente a tutti gli effetti.

Solo così il suo sacrificio assume il significato salvifico che gli attribuiamo! Egli ha avuto fede nel Padre che lo ha risuscitato il terzo giorno, donandogli un nuovo corpo immortale, allo stesso modo noi dobbiamo avere fede nel Padre tramite Lui, che ci risusciterà l’ultimo giorno donandoci un nuovo corpo immortale (1Co 15:54) in cui saranno reinnestati i nostri ricordi, cioè la nostra coscienza o anima.

Fino ad allora noi saremo morti totalmente e non solo a metà!

Per l’uomo che considera se stesso un semidio, questo è la cosa più difficile da accettare, (in fondo satana fece leva proprio su questo per tentare l’uomo), che esista o non esista l’anima immortale un non credente può anche tollerarlo, forse anche accettarlo, ma non potrà mai e poi mai accettare che Dio riservi un mondo materiale nuovo in cui chi non ha creduto in Lui non potrà entrare, perché i non credenti hanno scelto questo di mondo e non tollerano che la loro vita possa essere nelle mani di chicchessia, cioè fuori dal loro diretto controllo.

Ecco perché si è creata tanta confusione circa il Regno che viene, la nuova vita e l’immortalità; siamo in presenza di un tipico caso dove il demonio si è dato un gran da fare per manipolare la mente dell’uomo sviandola dalle parole delle scritture.

Conoscere Dio oggi significa avere piena coscienza di quello che è il suo progetto e condividerlo pienamente, attuando i suoi insegnamenti come trasmessici da Gesù Cristo, perché essi sono strumentali alla realizzazione del progetto di Dio e non fine a sé stessi.

Il progetto di Dio lo possiamo rilevare dall’insieme delle Scritture, ed oggi lo possiamo re-interpretare alla luce delle nostre maggiori conoscenze, rileggendo in una chiave più “scientifica” e reale ciò che la Bibbia racconta con immagini allegoriche.

Le maggiori conoscenze ci derivano dalla nostra capacità di evolverci da esseri parziali ed imperfetti verso degli esseri superiori, questo non in contrapposizione con la volontà di Dio contenuta nelle scritture, bensì in accordo con essa, poiché Dio ha voluto che noi arrivassimo a conoscerlo a pieno.

Oggi noi siamo chiamati ad essere “esecutori intelligenti” della volontà di Dio, non limitandoci ad eseguire degli ordini meccanicamente come degli schiavi o degli automi, ma comprendendo il perché delle cose che facciamo.

Ognuno di noi è stato chiamato da Dio ad un compito diverso, alcuni possono essere compiti più facili, altri più difficili, alcuni possono essere compiti importanti e prestigiosi, altri più semplici ed umili, non di meno, ogni compito è in funzione del progetto che Dio porta avanti, di cui noi siamo parte ed esecutori nello stesso tempo; credere in Dio ed avere fede in Lui significa in primo luogo agire secondo le sue direttive, e se noi avremo chiaro l’obiettivo finale, ci risulterà più facile anche realizzare le sue direttive nel modo corretto.

È perciò estremamente importante che noi cristiani non ci limitiamo a pensare a Gesù Cristo come un essere a sé stante, e al cristianesimo come ad una dottrina o filosofia di vita che ci è stata trasmesse per regolare la nostra vita quaggiù, cioè in altre parole come dottrina fine a sé stessa o peggio ancora finalizzata solo a migliorare la vita dell’uomo sulla terra (1Co 15:19).

È necessario invece che l’insegnamento di Cristo sia concepito come l’indispensabile strumento per realizzare il progetto di Dio nei confronti dell’intero creato e quindi anche dell’umanità che ne fa parte.

L’insegnamento di Cristo non è un fine, non è l’obiettivo da raggiungere, esso è il mezzo che ci permette di raggiungere il vero obiettivo dell’uomo: il Regno dei Cieli e la vita eterna;

l’insegnamento di Cristo è lo strumento attraverso il quale Dio porta a compimento il suo progetto

 

FINE