La maledizione del lavoro

Testi: Genesi 3:17-19; Luca 12:22-31 

Stiamo attraversando un periodo molto difficile, questo la sappiamo bene; attorno a noi vediamo gli effetti negativi che la crisi provoca sulla vita di ogni giorno, e non c'è bisogno che vi elenchi tutte le cose che non vanno, e che quindi sono fonte di grande preoccupazione.

Su una cosa però voglio richiamare la vostra attenzione;

se chiedete alle persone che vi stanno attorno quale sia il problema più grave che abbiamo oggi in Italia, la maggioranza vi risponderà: “il lavoro”, o meglio “la mancanza di lavoro”.

Il lavoro è in cima alle preoccupazioni degli italiani, e credo non solo degli italiani.

Oltre il 40% dei nostri giovani non ha un lavoro stabile e non riesce a trovarlo, al punto che ormai molti di loro hanno perso persino la speranza di poter lavorare un giorno, se non emigrando all’estero.

Chi il lavoro ce l'ha invece, ha un fondato timore di perderlo e di non riuscire a trovarne un altro.

La prolungata crisi economica che attanaglia il nostro paese, insieme all’azione del governo che ha smantellato il sistema di sicurezza sociale, ha precipitato molti nello sconforto, aumentato dalla netta percezione che al di là dei tanti proclami dei politici, non si siano davvero create le premesse per un possibile sviluppo.

Quel maledetto lavoro, che non c'è, sta togliendo il sonno a molti fratelli e sorelle!

Sì, “quel maledetto lavoro”, perché il lavoro, tanto agognato da tutti, perché fonte del nostro sostentamento, è non di meno maledetto dalla Bibbia, cioè da Dio: “...il suolo sarà maledetto per causa tua, ...esso ti produrrà spine e rovi; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita”.

Allora cari fratelli in Cristo, paradossalmente, il lavoro non è una benedizione, come molti credono, proprio perché fonte di sostentamento, ma è bensì una maledizione di Dio!

Vediamo di capirne il perché.

La Bibbia ci dice che il giardino dell'Eden era il luogo della perfetta comunione di Dio con l'uomo; fino a quando il peccato di Adamo non ha spezzato questa comunione, e con la sua ribellione l'uomo si è attirato addosso una serie di maledizioni, di cui la morte è senza dubbio la peggiore, tuttavia, tra queste maledizioni vi è anche quella del lavoro, che in quel tempo era considerato soltanto quello agricolo “il suolo sarà maledetto per causa tua”.

Nell'Eden l'uomo non doveva lavorare per vivere, avendo tutto a sua disposizione quale dono di Dio;

il lavoro dei campi subentra soltanto dopo la caduta, ed è una punizione che Dio infligge all'uomo per tutte le generazioni successive a quella di Adamo: “mangerai il pane con il sudore del tuo volto”, ossia dovrai lavorare e faticare per vivere quella tua breve esistenza terrena, “finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto”.

Alla luce di questo, è perlomeno sorprendente che tanta gente oggi si disperi per lavorare, desiderando di farlo, insomma desiderando di soggiacere alla maledizione che Adamo ci ha attirato addosso.

Eppure che il lavoro sia una maledizione non ci sono dubbi;

se è vero che ci permette di sopravvivere, non di meno durante tutta la storia umana il lavoro è sempre stato un grave peso da portare.

In un lontano passato c'erano gli schiavi, coloro che dovevano lavorare contro la loro volontà, per procurarsi il poco sostentamento per loro e le rispettive famiglie, ma sempre a favore dei loro padroni, che a causa dell'utilità che traevano dal lavoro dei loro schiavi, li privavano della libertà, e spesso anche della vita, quando le condizioni di lavoro diventavano troppo disumane per sopravvivere.

In un passato più recente, alla schiavitù, da prima è subentrata la servitù, un altro sistema che imponeva un pesante lavoro, poco o nulla retribuito, sulle spalle di molti poveri a favore dei pochi ricchi che traendo un ingiusto vantaggio dal lavoro altrui, arricchivano sempre di più a scapito dei loro servi, e poi il c.d. “lavoro dipendente”, condizione solo apparentemente migliore rispetto alla servitù, poiché fa sempre dipendere la vita di un uomo da quella di un altro uomo.

Ai nostri giorni, infatti, le cose non sono migliorate più di tanto;

il lavoro è ancora la principale arma di ricatto e sfruttamento dei molti a vantaggio dei pochi privilegiati. La maledizione del lavoro continua più forte ed efficace di prima: private una persona del suo lavoro e lo avrete privato della sua dignità, oltre che della sua stessa esistenza!

I “padroni”, i grandi gruppi economici e finanziari multinazionali, sfruttano interi popoli e li rendono schiavi con il lavoro, o peggio ancora, con la mancanza di lavoro; alla fine però il risultato è sempre lo stesso dei tempi di Adamo: “mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto!” cioè fino alla morte.

Così si spiega il paradosso dello schiavo, che toccando le sue catene, non le vive più come un mezzo di costrizione, ma al contrario si sente rassicurato da esse, perché lui conosce soltanto quel tipo d'esistenza;

nelle stesse condizioni si trova oggi il lavoratore, che si sente tranquillo per il fatto d'essere “schiavo del lavoro”, pur sapendo che esso è sfruttamento, peso grave da portare, fonte di preoccupazione, ansia, ossia ancora di “maledizione”!

A questo punto però, cari fratelli in Cristo, vi invito a fare un passo avanti e a riflettere fino in fondo su quello che ha significato l'avvento di Gesù Cristo per l'umanità.

Tutti voi sapete come il sacrificio di Cristo per il riscatto dell'umanità dal peccato, abbia tolto la maledizione di Adamo e ci abbia aperto le porte del Regno di Dio, dove non vi è più alcuna maledizione, prime tra tutte quella della morte.

Ma se Gesù Cristo ha tolto la maledizione della morte, entrata nel mondo con il peccato d'Adamo, che era la peggiore di tutte, tanto più ha tolto le altre maledizioni ad essa collegate.

Noi quasi mai ci soffermiamo su questo punto, eppure è altrettanto importante, perché Cristo ci ha liberati da tutte le maledizioni che Adamo si era attirato addosso con la sua ribellione a Dio, non solo quella della morte.

Possibile che sia veramente così? Può mai essere vero che da Cristo in poi la maledizione che dice: “il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l'erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto”, non esista più?

Voi a questo punto potreste giustamente dirmi: “Guardati attorno: ti sembra che il mondo sia cambiato, al punto che tutti abbiano ciò di cui necessitano per vivere senza più la necessità di lavorare?”

Dobbiamo capire ciò che il sacrificio di Cristo ha significato per l'umanità; pensare semplicisticamente che dopo l'avvento di Cristo la maledizione del lavoro sia stata tolta, nel senso che nessuno dovrà più lavorare per vivere, sarebbe come sostenere che dopo la morte di Cristo, sulla terra non sarebbe più morto nessuno a causa del peccato di Adamo!

È banale affermare che finché saremo su questa terra continueremo a morire e a soffrire a causa dei mali del mondo, tra i quali quelli attinenti alla stessa sopravvivenza del nostro corpo, nutrimento e calore.

Ciò che il Signore ci invita a fare però, è di guardare la nostra vita con occhi nuovi, con gli occhi del credente, che dopo aver conosciuto Cristo, si è messo “per fede” interamente nelle sue mani, e che anche se sa di dover passare attraverso la morte di questo corpo, e di dover affrontare le sofferenze e gli affanni dei bisogni fisici, questi non sono più motivo di “maledizione” per il credente, ma di lieta speranza in Cristo.

Con la vita eterna in Cristo, ovvero insieme alla vita eterna in Cristo, Dio Padre ci dona tutte le altre cose di cui abbiamo bisogno: “non siate in ansia per la vita vostra, di quel che mangerete, né per il corpo, di che vi vestirete ... Perché è la gente del mondo che ricerca tutte queste cose; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno”.

La maledizione del lavoro, con le sue ansie, le sue sofferenze, le sue brutalità ed ingiustizie, per il credente è stata cancellata dalla croce di Cristo!

Certo noi credenti continueremo a doverci nutrire, vestire e riscaldare, esattamente come fa “la gente del mondo”, ma per noi queste cose non devono più essere considerate un problema, perché Dio ha già provveduto a noi.

Troppo spesso però, noi che diciamo di essere credenti, continuiamo a preoccuparci di queste cose, e soffriamo a causa di esse, e Satana, il Principe del Mondo, gode nel tenerci ancora suoi schiavi per mezzo del lavoro e della sua maledizione.

Così ci preoccupiamo, stiamo in ansia, cerchiamo di fare ogni sforzo per scongiurare il pericolo di rimanere senza lavoro e quindi senza sostentamento, per noi, per i nostri figli e i nostri cari. Facciamo così ancora dipendere la nostra vita e la nostra sicurezza economica dalla quantità di lavoro che svolgiamo, ossia dalla quantità di denaro che guadagniamo, anziché dall'infinita benedizione di Dio, e questo al punto che talvolta sentiamo dire da alcuni, che pur sono dei credenti, “io non ho tempo di pregare Dio e di andare in chiesa, perché devo lavorare”.

Il Signore però, davanti ai nostri ragionamenti, molto umani, scuote bonariamente la testa e ci dice ancora: “non siate in ansia per la vita vostra... poiché la vita è più del nutrimento e il corpo più del vestito ... chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un'ora sola alla durata della sua vita? Se ... non potete fare nemmeno ciò che è minimo, perché vi affannate per il resto?

Cercate piuttosto il ... regno di Dio, e queste cose vi saranno date in più.

Quest'ultima frase, che è una precisa promessa di Dio, è la chiave di volta per comprendere fino in fondo le conseguenze che ha avuto il sacrificio di Cristo nella nostra vita terrena, per quanto attiene la maledizione del lavoro, perché lui ha tolto tutte le maledizioni che avevano colpito Adamo, compresa quella del lavoro.

Il lavoro come schiavitù, come punizione, come preoccupazione, come maledizione, dopo aver conosciuto e accolto Cristo come suo personale salvatore, non deve più esistere per un credente!

Cristo ci ha liberati da tutte le maledizioni del peccato affinché noi fossimo liberi di tornare al Padre, ed accogliere per fede la sua grazia.

A questo punto noi possiamo continuare a rifiutare la salvezza offertaci e andare avanti con il nostro vecchio modo di pensare da uomo carnale, e quindi a preoccuparci noi della nostra vita, compreso il lavoro;

oppure possiamo decidere di accogliere pienamente la grazia di Cristo nella nostra vita di uomini nati di nuovo dallo Spirito, e metterci completamente nelle mani di Dio, che ci provvede paternamente di tutto, anche del nostro sostentamento, molto più degli uccelli del cielo e dei gigli del campo.

L'invito che voglio farvi allora, l'invito che Gesù stesso ci fa, è di usare di più “la nostra fede di figli di Dio” per affrontare le ansie del mondo, piuttosto che “le nostre forze umane”;

così facendo, scopriremo quanto grandi siano la potenza e l'amore di Dio: “colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo” (Ef 3:20). AMEN

Come in cielo anche in terra

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