Lasciamoci amare da Dio

Testi: Proverbi 1:23-26; Luca 14:15-24

 

Ci sono persone che rifiutano la religione cristiana perché affermano trattarsi di una fede che comporta soltanto dei sacrifici, senza un beneficio immediato per il credente, ma soltanto una vaga promessa di una vita migliore dopo la morte.

Questa visione del cristianesimo è abbastanza diffusa nel mondo cattolico, dove la conquista del paradiso è vista come una serie di “opere meritevoli” compiute nel corso della vita terrena, da presentare al momento della propria morte, come una sorta di “biglietto d'ingresso” per il cielo;

e poiché tra le opere meritevoli, il sacrificio personale, nelle sue svariate forme, è visto come un “grande merito”, non c'è da meravigliarsi che una vita terrena “sacrificata al Signore” sia considerata un ottimo lasciapassare per la vita eterna.

Nel mondo evangelico, da Lutero in poi, sia lodato il Signore, le cose vanno un po' diversamente; come sappiamo la salvezza è un dono di Dio che si ottiene per fede, e non per opere.

La conseguenza di questa rivelazione ci porta pertanto a considerare la nostra fede cristiana non come un “sacrificio”, bensì come una “gioia”, che ci viene dall'essere stati salvati gratuitamente dal nostro Signore.

Il centro del messaggio di Cristo è l'amore, che porta Dio Padre a perdonarci, ossia a concederci la sua grazia, di fronte al nostro peccato, così che noi non siamo più giudicati salvi per le opere da noi compiute, ma per aver accolto l'amore del Padre che ci viene attraverso la fede in Cristo.

I testi proposti oggi contengono un pressante invito ad accettare il Signore, ad accoglierlo nella nostra vita, a metterlo al primo posto.

In particolare nel secondo brano, il Regno di Dio ci è presentato da Gesù attraverso l'allegoria di un invito a cena. Si tratta di un'immagine molto bella e piena di significato.

La prima cosa che notiamo è proprio la “gioiosità” di questo evento; nessuno di noi, credo, descriverebbe mai un invito a cena come un “sacrificio”!

...salvo forse il caso in cui, per motivi di dieta stretta, sono costretto a partecipare ad un banchetto, dovendomi però trattenere dai cibi più gustosi e ...calorici; ma credo che questo non fosse ancora un problema ai tempi di Gesù!

Allo stesso modo notiamo che l'invito al banchetto è fatto dal padrone di casa per condividere la sua gioia con i suoi amici, e non certo al fine di ottenere da loro qualcosa in cambio, se non il piacere di avere la loro compagnia.

Da qui possiamo subito capire come i concetti di “sacrificio” e di “contropartita” siano ben lontani dal messaggio di Gesù quando ci parla del Regno dei Cieli.

Ma allora, che cosa spinge gli invitati al convito a rifiutare l'invito del padrone di casa, accampando mille scuse?!

Se non è, né il fatto che l'invito fosse oneroso, né che rappresentasse un sacrificio accettarlo, perché gli invitati si sono tirati indietro?

Dal racconto sembra quasi che quegli uomini non gradissero proprio essere ospiti del padrone di casa, senza tuttavia che nessuno di loro avesse il coraggio di dirglielo apertamente, al punto di trovare invece delle giustificazioni difficilmente credibili per rifiutare il suo invito.

Gesù al termine del suo ministero sulla Terra, ci ha detto che Dio Padre ha invitato tutti gli uomini a prendere parte al Regno dei Cieli, anche quelli che ancora non conoscevano il Signore; ma quegli uomini che sono stati invitati per primi nella parabola, non erano certo degli estranei, bensì erano delle persone che conoscevano bene chi rivolgeva loro l'invito.

In passato questa parabola è stata letta come una condanna del giudaismo, che ha rigettato l'invito di Dio fatto per mezzo di Cristo, che per questo si è poi rivolto a tutte le genti, quelli “per le strade e lungo le siepi” appunto, ossia i gentili di cui parla l'Apostolo Paolo, cioè quelli che fino ad allora non avevano conosciuto il Dio d'Israele.

Questa lettura, tuttavia, ai nostri giorni sarebbe riduttiva, perché oggi a conoscere Dio non sono più soltanto gli Israeliti, bensì tutti coloro che si dicono cristiani, e oggi i primi invitati al convito siamo proprio noi, ovvero tutti quelli che hanno già conosciuto il Signore.

Rimane allora da capire perché i primi invitati di allora, così come quelli di oggi, pur conoscendo il padrone di casa, rifiutano il suo invito.

C'è qualcosa che impedisce agli uomini di accogliere l'invito di Cristo ad andare a Lui con tutto il cuore, e questo qualcosa in verità non è dovuto al fatto che se accettiamo il Signore ci aspetta una vita faticosa, piena di difficoltà, di sacrifici e di oneri, perché in realtà la vita promessaci da Cristo è proprio il contrario di questa.

Chi accetta il Signore con tutto il suo cuore, come il suo personale salvatore, riceve ogni sorta di benedizioni; siede con lui al gran convito, in mezzo ai fratelli e alle sorelle; condivide con loro la gioia che ne deriva, ma soprattutto entra nell'amore perfetto del Padre per i suoi figli.

Chi ha sperimentato questo, anche soltanto per un breve tempo nella sua vita, sa bene cosa significhi: “essere in comunione con il Signore e avere la pienezza del suo amore”.

Facciamo ancora un passo indietro, però; Gesù ci ha insegnato che il più grande comandamento è quello dell'amore, verso Dio prima e verso il prossimo poi, e questo un po' ci spaventa e ci mette a disagio, perché ci sentiamo del tutto inadeguati ed incapaci di amare Dio con tutto noi stessi, e di conseguenza di amare il nostro prossimo come noi stessi.

Chi di noi ci riesce veramente? Pochissimi; forse nessuno!

Questa è la verità cari fratelli in Cristo; nessuno di noi può farcela con le sue sole forze.

Ma allora come possiamo fare ad adempiere a quanto Gesù ci chiede?

Forse la strada da percorrere è un'altra;

non quella che passa dal nostro voler/dover fare qualcosa che renda questo possibile.

La via delle opere meritorie per guadagnarci il Regno dei Cieli;

la via del sacrificio estremo e della rinuncia totale al mondo per essere perfetti davanti a Dio;

la via dell'amore umano caritatevole a prescindere da Dio, inteso come etica laica dell'amore verso il prossimo;

tutte queste sono strade umane che non possono portate all'amore perfetto che Dio ci chiede, e questo perché tutte partono dallo stesso errore di fondo: mettono l'uomo e la sua opera al centro della vita umana, invece di mettere Dio e il suo amore al centro della vita dell'uomo!

Gli invitati al convito dovevano fare una cosa soltanto: accettare l'invito che gli veniva offerto;

non dovevano fare altro che questo.

Accettare l'invito di Dio, tuttavia, significa: accettare che Dio sia il centro della nostra vita in tutti i suoi aspetti; e questa è la cosa più difficile da fare per l'umanità!

Noi siano i discendenti di Adamo ed Eva; secondo la Scrittura i nostri antenati erano stati creati e vivevano nell'amore perfetto di Dio, per loro era sufficiente “desiderate di rimanervi”, ma questo avrebbe impedito loro di essere i fautori e gli arbitri della loro propria vita, poiché questo significa “acquisire la conoscenza del bene e del male”, ossia poter essere giudici di sé stessi.

Per questo motivo si ribellarono a Dio.

Gesù Cristo ci ha concesso di ravvederci da questo fatale errore, conosciuto come “il peccato originale” o come “la caduta d'Adamo”, accettando nuovamente, questa volta ciascuno di noi come singoli uomini e donne, di ritornare nell'amore perfetto del Padre.

La cosa più difficile per noi uomini, istintivamente ribelli, come lo furono i nostri antenati, è proprio quella di “accettare l'amore di Dio!”

Amare Dio con tutto noi stessi, e di conseguenza il nostro prossimo, significa prima di tutto “lasciarci amare da Dio”, e di conseguenza accettare il suo invito al convito, senza reticenze, senza riserve.

La vera essenza del messaggio di Cristo è proprio questa: accettare l'amore perfetto di Dio, affinché Lui possa dimorare in noi, e noi in Lui;

e il suo amore perfetto, una volta accettato totalmente senza riserve, senza accampare giustificazioni poco plausibili, ci rende perfetti e capaci di amare Dio e il nostro prossimo.

Sublimando il concetto in una suprema sintesi oserei dire che: noi raggiungiamo l'amore perfetto quando lasciamo che sia l'amore di Dio ad amare Dio stesso e gli altri, attraverso di noi!

Questo potrebbe sembrare una sorta di misticismo, lontano dalla nostra realtà umana quotidiana, ma non è così; noi possiamo raggiungere veramente questo livello “se e quando” cominciamo a renderci conto che non dobbiamo più ragionare secondo le limitate possibilità umane, bensì secondo le incommensurabili promesse di Dio.

La porta del Regno dei Cieli è aperta; è stata aperta in maniera irrevocabile da Cristo, come è scritto in Ap 3:7 “Queste cose dice il Santo, il Veritiero, colui che ha la chiave di Davide, colui che apre e nessuno chiude...”, e noi non dobbiamo fare nulla, né di faticoso, né di difficile, né di oneroso, per accedervi: dobbiamo soltanto decidere di entrare, di accettare l'invito al banchetto del Signore, senza più accampare scuse, rinunciando pertanto a voler fare noi quello che il Signore ha già fatto lui, per noi!

La gioia, la beatitudine, l'allegrezza, la fratellanza, la pace, la pienezza, l'amore sublime, sono tutte caratteristiche dell'amore che viene da Dio; quando noi siamo convinti che Dio ci può e ci vuole dare tutto questo, a cominciare da qui e da ora, e per tutto il resto della nostra vita, fino all'eternità, e che con noi, Lui lo vuole dare a tutti i nostri fratelli e alle nostre sorelle, cos'altro dobbiamo attendere, pensare, valutare o ricercare ancora nelle nostre vite?!

Ognuno di noi mediti su questo nel suo cuore, e poi risponda all'invito del Signore con sincerità, senza trovare scuse, come fecero i primi invitati al convito; è soltanto questione di volerlo fare, di voler accettare l'amore pieno che ci viene da Dio Padre, a tutto il resto ha già pensato il nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha perciò detto: “venite perché tutto è già pronto!”

AMEN