Pasqua di risurrezione e Regno dei Cieli

Testi: Marco 11:1-11   1° Corinzi 15:19

 

Sette giorni prima della sua passione (la domenica delle Palme), Gesù fece il suo trionfale l'ingresso in Gerusalemme.

In quel giorno il Signore fu accolto dal popolo d'Israele come il figlio di Davide, colui che venina a ristabilire il Regno d'Israele, ovvero il Messia.

Dal racconto che ci fanno i vangeli, vediamo che la gioia del popolo in quel momento era grande, quasi incontenibile!

Come dar loro torto del resto; erano passati più di 600 anni dalla caduta del regno di Giuda, seguita dalla deportazione dei Giudei a Babilonia, e da allora il Popolo Santo non aveva vissuto che giorni d'afflizione, soltanto inframezzati da brevi quanto rari momenti di pace.

Nel cuore di ogni israelita certamente era ben presente la speranza di un nuovo regno d'Israele, ma del regno glorioso del re Davide, ormai non rimaneva che un lontano ricordo, tenuto vivo soltanto dalla promessa contenuta nella Scrittura.

Infatti, dopo i Babilonesi erano arrivati i Persiani, poi i Greci d'Alessandro Magno, e per ultimi i Romani; tutti popoli invasori che avendo occupato Israele in modo più o meno pesante, avevano oppresso e reso schiavi gli israeliti a casa loro.

Come potete immaginare, vivere nel proprio paese occupato da una potenza straniera non è piacevole neanche oggi, tanto meno lo doveva essere allora, quando la vita umana, già di per sé dura e precaria, agli occhi di un occupante straniero valeva meno di niente.

Questa era dunque la situazione del popolo d'Israele ai tempi di Gesù;

se poi a questo aggiungiamo la sensazione diffusa che Dio li avesse abbandonati nelle mani dei loro nemici per un tempo così lungo, possiamo ben immaginare come si sentirono gli Ebrei credenti quando alle porte di Gerusalemme si presentò il Signore Gesù Cristo, il Messia tanto lungamente atteso.

Per Gesù quello fu l'unico breve momento di umana gloria, che ebbe sulla Terra.

Eppure lui era di fatto il figlio di Davide, colui che poteva legittimamente rivendicare il trono di suo padre, poiché suo discendente diretto tramite Giuseppe.

Per un breve momento sembrava che questo obiettivo potesse realizzarsi:

il popolo ci credeva e ci sperava;

anche gli Apostoli erano felici per gli onori che erano tributati al loro Maestro;

ma Gesù, dopo essere entrato a Gerusalemme, non si comporta come un re che è appena salito al trono, ma al contrario, subito dopo esce dalla città senza clamore, con un gesto che è una vera e propria abdicazione ad un trono, che il popolo voleva attribuirgli, ma che lui non voleva accettare.

Come poi confermerà davanti al governatore romano Ponzio Pilato, l'autorità che egli avrebbe dovuto sfidare e sostituire se avesse accettato di diventare re.

Gesù con le sue famose parole: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui” (Gv 18:36), con queste parole Gesù conferma quella che è la sua vera missione, il motivo per cui lui è venuto al mondo: non per regnare sul mondo, ma per aprire all'umanità la via del Regno dei Cieli.

Se le cose fossero andate diversamente allora, se Gesù avesse accettato la gloria terrena anziché quella celeste, oggi la nostra Pasqua sarebbe molto diversa; allora a cosa serve ricordare oggi questi avvenimenti?

Proviamo a chiederci cosa possono ancora dirci ai nostri giorni, alla luce della nostra situazione odierna; cosa ci possono insegnare che sia ancora utile alla nostra vita di credenti di oggi?

Vi invito a riflettere sull'atteggiamento della folla cha accoglie Gesù a Gerusalemme.

 

Quelli che stendevano i mantelli e i rami di palma al passaggio del Signore, dobbiamo dirlo, non erano discepoli del Signore, o se lo erano, certo non nel senso che noi oggi attribuiamo a questo termine.

Non c’è dubbio che per loro Gesù in quel momento era il figlio di Davide, il re d'Israele, dunque un re terreno, alla maniera dei vecchi re d'Israele.

Loro s'aspettavano e volevano che Gesù prendesse a regnare su Israele, cacciando gli invasori romani.

Certamente molti di loro, forse la stragrande maggioranza, aveva ascoltato la sua predicazione nei tre anni precedenti, e ne erano rimasti affascinati, perché aveva suscitato in loro più di una speranza; ma quando osannavano Gesù lo facevano perché in lui vedevano la speranza concreta ed immediata del riscatto d'Israele, e non il Regno dei Cieli che verrà soltanto dopo la Pasqua di Risurrezione.

Forse gli Apostoli soltanto avevano allora già capito chi fosse veramente Gesù, ma visto quello che è accaduto subito dopo non possiamo essere veramente sicuri nemmeno di questo!

La verità è che, in quel momento, agli occhi del popolo, Gesù era il re potenziale del paese, la speranza concreta ed immediata della loro vita, o meglio, per il cambiamento della loro vita.

In fondo questa è la cosa più semplice; è molto più facile credere e seguire un uomo che ti dice che poter cambiare la tua vita nell'immediato, piuttosto che credere in un uomo che si proclama il figlio di Dio e che promette un Regno in un'altra vita, in un ipotetico futuro lontano.

È la logica che ben conosciamo che si riassume in un noto proverbio: “Tanti, maledetti e subito!”

Allora fratelli, questo atteggiamento del popolo, che a noi oggi appare così criticabile ed ottuso, poiché adesso sappiamo chi era Gesù di Nazareth, in realtà ci tocca molto da vicino, perché, anche se ci vergogniamo ad ammetterlo, anzi, il più delle volte ci rifiutiamo proprio di farlo, questo atteggiamento purtroppo lo ritroviamo anche ai nostri giorni.

Anche nelle nostre chiese oggi vediamo come il Gesù Cristo di cui sempre più parliamo e predichiamo, non è il Re dei Cieli che è andato a prepararci un posto nel suo Regno dopo essere risorto, bensì l'uomo morto in croce che ci ha lasciato tanti buoni insegnamenti cui conformare la nostra vita quaggiù sulla Terra!

Si fratelli, oggi noi non siamo poi tanto diversi da quella folla esultante che voleva fare di Gesù Cristo un re, perché li liberasse dal giogo dei romani.

Noi credenti siamo ben felici di accogliere Cristo ed i suoi insegnamenti, perché pensiamo che se riusciremo a portare il suo messaggio d'amore nel mondo, il mondo sarà un posto migliore in cui vivere;

pensiamo che se mediante l'Evangelo riusciremo a toccare la coscienza di tutta l'umanità, realizzeremo un mondo di pace, di giustizia, di fratellanza ed armonia.

Tutti bellissimi obiettivi per cui è giusto operare, intendiamoci;

sicuramente essi sono parte dell'insegnamento di Cristo, ma non possono esaurirlo, perché il messaggio dell'Evangelo non è, e non si limita soltanto a questo.

Noi oggi ci comportiamo come la folla festante che voleva Gesù per farlo re su questa terra; noi vogliamo Cristo perché cambi il mondo in cui viviamo.

Ma così come Gesù ha rifiutato la corona di re d'Israele, perché non era quella la sua missione, allo stesso modo lui non vuole diventare il re di questo mondo, perché lui è già re;

re di un regno eterno: il Regno dei Cieli;

e anche se lui ci invita ad operare quaggiù, ci mostra anche come dobbiamo farlo:

con gli occhi e il cuore rivolti al Regno dei Cieli... “Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra” (Col 3:2), come scritto dall'Apostolo Paolo.

Il Cristo che ci mostrano le Scritture, è il Risorto a gloria eterna nel Regno dei Cieli e ci invitano a guardare a lui per il nostro futuro.

È senza dubbio positivo vedere molti uomini e donne che si rifanno ai valori etici cristiani nella loro vita, pur non essendo credenti; infatti, i valori che Cristo ci ha dato, primo fra tutti l'amore fraterno per il nostro prossimo, sono ormai valori universali che le chiese hanno contribuito a diffondere nel corso dei secoli;

tuttavia per noi credenti sarebbe un grave errore pensare che la diffusione di questi valori nel mondo, per altro avvenuta in modo ancora molto parziale, renda non più necessario l'avvento del Regno dei Cieli e il nostro impegno per esso.

Se noi crediamo in Cristo, non possiamo limitarci a vederlo come un uomo straordinario, un martire per la libertà e la pace, un paladino dei diritti umani, un grande difensore degli umili e degli oppressi, e quant'altro può essere un uomo dalle doti eccezionali come lo fu Gesù di Nazareth.

Perché per il mondo Gesù di Nazareth non potrà mai essere più di questo, cioè più di un semplice uomo.

Mentre noi sappiamo che lui è prima di tutto il figlio di Dio, il Messia, ovvero il Cristo Risorto, ed è in questa veste che ascoltiamo la sua Parola e lo accogliamo come il nostro personale salvatore.

Però se noi mettiamo in secondo piano questo fondamentale aspetto, o perché siamo troppo coinvolti nelle lotte del mondo e nel desiderio di renderlo migliore;

o perché pensiamo che il Regno dei Cieli non sia una cosa per l'oggi, ma soltanto per un ipotetico domani;

ci comporteremo esattamente come la folla festante che accoglieva Gesù a Gerusalemme, pronti a farlo re quel giorno, ma altrettanto pronti a gridare “crocifiggilo” dopo neanche una settimana, quando disillusi, si sono allontanati da lui, abbandonandolo nelle mani del boia romano, cioè del potere del mondo.

Ricordiamoci fratelli il monito dell'Apostolo Paolo:

“Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini” perché è un monito che ci riguarda molto da vicino e tocca tutti quelli che si fermano al Cristo Crocifisso per i nostri peccati del venerdì di passione, ma non sanno accogliere con altrettanta speranza il Cristo Risorto della domenica di Pasqua, che è il Cristo eterno che Renga nei Cieli.

Pensiamo dunque ad accogliere Cristo nella nostra vita, aspirando più di tutto il resto al suo Regno Eterno, (senza per questo distogliere lo sguardo dal nostro campo di lavoro quaggiù sulla terra, ovviamente).

Cristo è morto per noi ed è risorto: non dobbiamo più cercarlo sulla croce, ma nel Regno dei Cieli, dove ci ha preceduto, come lui stesso ci ha detto: “...vado a prepararvi un luogo...”.

La morte appartiene a questo mondo, ma la Risurrezione di Pasqua appartiene al Regno dei Cieli, e Cristo è già lassù, ed è lassù che lo dobbiamo vedere e cercare con il nostro cuore. AMEN