Perdere per vincere

Testo: Genesi 32:24-31

 

Quando leggiamo la storia di Giacobbe, l’ultimo dei Patriarchi della Bibbia, non possiamo fare a meno di chiederci come mai Dio abbia fatto cadere la sua scelta su di lui, giacché ai nostri occhi il comportamento di Giacobbe appare spesso piuttosto discutibile. Se dovessimo giudicarlo con il metro della comune etica evangelica, lo troveremmo senza dubbio carente, poiché Giacobbe era un individuo che ricorreva spesso e volentieri all’inganno, a cominciare da quello perpetrato nei confronti di suo fratello Esaù, e di suo padre Isacco, e poi ancora del suocero Labano, che in quanto a inganni non era migliore di lui.

Allora potremmo chiederci perché Dio abbia scelto proprio lui come capostipite delle dodici tribù d’Israele?

In vertà Dio non è nuovo in queste sue decisioni di “eleggere” per missioni importanti proprio personaggi che ai nostri occhi di credenti moderni appaiono alquanto discutibili, com’è ad esempio il caso di Paolo, dapprima persecutore dei cristiani, poi diventato nientemeno che uno dei maggiori Apostoli di Cristo e del suo Evangelo!

 

Torniamo però al testo biblico proposto oggi; qui troviamo Giacobbe in un momento di travaglio, giacché stava per affrontare suo fratello Esaù, che nutriva un profondo rancore nei suoi confronti, e che gli sta andando incontro con un piccolo esercito di 400 uomini, così che Giacobbe pensava di rabbonirlo offrendogli doni a profusione.

Giacobbe si preoccupava di dover combattere contro Esaù, sapendo di non poterlo vincere in quanto non abbastanza forte, ma ecco che, proprio nella notte precedente quel probabile incontro-scontro, un altro uomo, che non è Esaù, si avventa su Giacobbe e lotta con lui, fino all’apparire dell’alba.

Giacobbe lotta tenacemente, non si vuole assolutamente arrendere, e il suo assalitore non riesce ad avere la meglio su di lui, fino a quando, per fermarlo, è costretto a colpire la giuntura dell’anca di Giacobbe riuscendo in tal modo a farlo zoppicare.

Giacobbe a questo punto però si rende conto che quello che aveva lottato con lui non era un normale uomo; così, quando questi lo implora di lasciarlo andare perché sta spuntando l’alba, Giacobbe, riconosce che durante la notte in realtà lui aveva lottato con Dio, e gli chiede a sua volta: “Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!

Con questa sua richiesta, alla fine Giacobbe riconosce l’autorità di Dio su di lui; riconosce la sua “sconfitta” e si arrende a Dio, accettando il suo volere.

Questo “combattimento” di Giacobbe, sia esso reale e fisico, come ci descrive la Scrittura, o semplicemente “spirituale”, come possiamo immaginarci noi oggi, è in ogni caso ben rappresentativo della lotta che ciascuno di noi, prima o poi, sarà costretto ad affrontare nel corso della propria vita, quando il Signore ci chiederà di scegliere da che parte stare.

Se tutta la nostra vita la possiamo descrivere come una “lotta per sopravvivere” in un mondo che il più delle volte ci è ostile, nondimeno, come credenti, dobbiamo essere consapevoli che alcune delle battaglie più impegnative che dovremo combattere nella nostra vita saranno proprio “con Dio”.

Questo, cari fratelli in Cristo, perché in ognuno di noi c'è la “natura di Giacobbe”, che resiste alla volontà di Dio, e prima o poi, se vogliamo continuare a chiamarci credenti, bisogna affrontarla così come quel giorno è stato chiesto a Giacobbe; quel Giacobbe che pure formalmente era già il servo del Dio di Abramo e Isacco, suoi padri, ma che fino a quel momento aveva continuato a vivere la sua vita fatta di piccoli inganni e sotterfugi, sui quali Dio era passato sopra in vista della ben più grande missione cui l’aveva destinato.

Quella notte però era il momento in cui Dio chiedeva a Giacobbe di prendere la sua decisione definitiva per la vita, ossia se continuare ad essere il furbo e smaliziato Giacobbe che tutti conoscevano, o diventare il grande uomo di Dio che poi sarebbe stato.

Così che, dopo il suo prolungato combattimento, è lo stesso Dio che chiese a Giacobbe: “Qual è il tuo nome?”.

Lui istintivamente risponde “Giacobbe”, ma Dio a questo punto, avendo Giacobbe riconosciuto la sua sconfitta di fronte a Lui, e per questo essere stato segnato all’anca, riceve da Dio un nuovo nome, ossia la nuova identità che gli confermerà e permetterà di compiere la missione cui Dio lo aveva destinato fin da principio: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto”.

 

Ora, cari fratelli in Cristo, per tutti noi arriverà il momento in cui il Signore ci chiederà di identificarci, di dichiarare davanti a Dio se vogliamo accettare la missione per la quale siamo stati chiamati.

Solitamente questo momento corrisponde con quello della nostra “conversione”, ma talvolta Dio ci chiama a più impegnativi compiti, per l’adempimento dei quali occorre che noi veramente ci arrendiamo totalmente al Signore, di nostra spontanea volontà, riconoscendolo come nostro unico Signore e riconoscendoci Suoi e Suoi soltanto.

A questo punto dobbiamo mettere da parte i nostri piccoli interessi e personalismi, come aveva Giacobbe, e come abbiamo tutti noi quando ci rifugiamo nel nostro piccolo mondo o angolo di comfort, per non dover rispondere alla chiamata del Signore, ben più impegnativa, giacché spesso tale chiamata ci mette in contrasto col mondo che ci circonda, o con la tradizione religiosa che ci siamo costruiti. Così facendo però diventeremo dei "disallineati" agli occhi dei nostri stessi fratelli che invece continuano ad essere conformi al mondo e alle sue regole, come accadde allo stesso Apostolo Paolo che da Ebreo accettò invece di servire Dio in Cristo, mettendosi così in contrapposizione con il suo popolo che pure continuava a servire Dio.

Sappiate che finché non accetteremo di dichiararci sconfitti nel nostro combattimento con Dio e piegarci alla Sua volontà, la nostra vita non potrà cambiare per il meglio.

Così come Dio dovette piegare Giacobbe lussandogli l'anca sulla quale dipendeva, e soltanto allora Giacobbe ottenne la sua benedizione, cioè nello stesso momento in cui rimase zoppo, anche noi dovremo infrangere le sicurezze del mondo, dalle quali troppo spesso anche noi dipendiamo, per poter invece accogliere la benedizione di Dio.

 

Ora cari fratelli in Cristo, chiediamoci in tutta onestà: “Ma davvero noi vogliamo la benedizione di Dio nella nostra vita?”

Se la nostra risposta è sì, sappiamo di dover essere pronti a fare fino in fondo quello che Gesù ci chiede: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua” (Luca 9:23).

Sì, cari fratelli in Cristo, soltanto dal momento in cui “perdiamo con Dio” riportiamo la vittoria di Dio!

Soltanto chi rinuncia a sé stesso affinché Cristo Gesù abbia il pieno controllo della sua vita, realizza la vera vittoria nel Signore;

coloro che dopo aver cercato il Signore, rinunciano alla lotta per paura di perdere la loro vita nel mondo, non arriveranno mai a vincere con Dio, perché come ci ha insegnato il racconto di Giacobbe “bisogna prima perdere per vincere”! AMEN