Soci col Signore

Testi: Salmo 23:1-6 e Salmo 127:1-2

Ci sono due peccati che tutti noi commettiamo spesso, a volte senza nemmeno rendercene conto, e che paradossalmente sono l'uno l'opposto dell'altro.

In verità sono lo stesso peccato, come due sono le facce di una medaglia; entrambi però sono la conseguenza della nostra mancanza di fede nel Signore.

Troppo spesso noi uomini siamo mossi dal desiderio di essere “al centro del mondo”;

in ogni circostanza vorremmo sempre avere il controllo della situazione, delle persone, e degli avvenimenti che sono attorno a noi.

Avere il controllo, vuol dire comandare, esercitare un potere, essere in una posizione di superiorità; dove invece non averlo, vuol dire dover ubbidire, dover dipendere o essere soggetti a qualcuno o a qualcosa.

Quest'ultima situazione è anche ciò che più detestiamo perché pensiamo, specie noi uomini dell'età moderna, di avere diritto alla nostra libertà individuale e di non dover più sottostare a nessuno contro la nostra volontà.

Le cose però stanno veramente così, o il Signore ci insegna altrimenti?

Quando Lui è venuto a morire sulla croce per noi, sappiamo che lo ha fatto per liberarci; ma liberarci da che cosa?!

La Scrittura ci dice che Gesù è venuto a liberarci “dal peccato e dalla morte”.

All'umanità però questa libertà portata da Gesù sta piuttosto stretta;

anzi si può dire che essere stati liberati dal peccato e dalla morte non ci basta proprio, perché in fondo questo tipo di libertà non ci soddisfa.

Anche dopo che Gesù Cristo ci ha liberati infatti, l'uomo ha continuato a morire come prima, compresi coloro che hanno creduto in lui; quindi la libertà dalla morte per molti è soltanto un'illusione.

Quanto alla libertà dal peccato poi, che secondo la Scrittura è la vera causa della morte, tutto sommato non è che noi viviamo troppo male nel peccato;

tutto quello che la religione cristiana definisce “peccato”, in fondo è proprio ciò che l'uomo desidera maggiormente: ricchezze, potere, lussuria, prestigio, piacere, e quant'altro la Scrittura ci dice essere male e da evitare, è proprio ciò che gli uomini da sempre ricercano e desiderano in cuor loro.

Insomma se io sono ricco e potente e posso godere di tutti i piaceri della vita terrena, per quanto breve essa sia, mi sento certamente “più libero” di quel poveraccio che vive di stenti e deve subire e sopportare tutti i soprusi di quelli più fortunati di lui.

Tanto poi alla fine, sia io che ho goduto, sia lui che ha sofferto, moriremo entrambi...

Questo ragionamento è alla base della filosofia di vita di molti non credenti, e purtroppo anche di molti “pseudo-credenti”, che a parole dicono di credere in Dio, però nei fatti ricercano non la libertà che ci offre il Signore, bensì la pseudo-libertà che ci dà il peccato, ovvero la libertà di vivere secondo il mondo.

Allora noi fatichiamo a comprendere cosa significhi veramente “essere stati liberati dal peccato e dalla morte”, mediante la fede nel Signore Gesù Cristo;

ora, chi non comprende non agisce, non accetta, “non compra”, come si direbbe in termini commerciali. Infatti, se un uomo non vede l'utilità di una cosa per sé, ben difficilmente sarà disposto ad acquistarla e farla propria.

Questa è la filosofia alla base dell'agire umano, al punto che, anche quando abbiamo accettato di “comprare Gesù”, ovvero abbiamo accettato di servirlo, di accogliere la sua Parola di salvezza, che è parola di libertà, troppo spesso fatichiamo a comprenderne fino in fondo la sua portata, il suo valore, la sua grande e meravigliosa potenza, quella di cui ci parla il Salmo 23, quando ci descrive la perfetta esistenza che vive il credente che cammina col Signore.

Torniamo però ai nostri due peccati, ovvero al peccato dalla duplice faccia.

Sappiamo che Dio ci ha donato questa libertà, che noi fatichiamo ad usare a pieno perché “libertà in Cristo” significa che, dal momento in cui noi abbiamo accettato Gesù Cristo come nostro personale salvatore, noi e lui lavoriamo insieme, perché avendo noi creduto in lui, abbiamo unito i nostri destini;

è come se avessimo costituito una “società per azioni”, sempre per usare un termine del mondo degli affari, dove i soci non sono più liberi di fare quello che vogliono, di andare ognuno per la sua strada, come avveniva prima, ma devono agire insieme per raggiungere il comune obiettivo sociale.

In una società i soci possono essere paritetici, però il più delle volte ci sono dei soci di maggioranza e dei soci di minoranza;

ora nella nostra società con Gesù Cristo non mi sembra ci siano molti dubbi su quale sia il socio di maggioranza e quali siano quelli di minoranza!

Il nostro socio di maggioranza, Gesù Cristo, è colui che ovviamente stabilisce le direttive societarie, quelle che troviamo nella Scrittura, ed è in base a esse che noi dobbiamo agire.

Se non ci stanno bene queste direttive, ossia gli obiettivi societari, non ci sono problemi, possiamo sempre sciogliere la nostra società;

il Signore non obbliga nessuno a credere in Lui!

Però a coloro che credono in Lui, il Signore chiede di fare alcune cose, semplici e chiare, che noi come soci di minoranza non possiamo non fare, pena il vedere la nostra società subire delle gravi perdite, anziché produrre degli utili, perché sono le direttive del socio di maggioranza che, stabilendo le linee guida della società, vanno nella direzione giusta, non le idee e i comportamenti contrari a queste linee guida che noi piccoli soci di minoranza posiamo decidere di mettere in atto di nostra iniziativa, perché così a noi pare più giusto!

Insomma cari fratelli in Cristo, se abbiamo accettato Cristo quale socio nella nostra vita, dobbiamo anche seguire le sue direttive perché sono le uniche che ci possono far raggiungere l'obiettivo della nostra società!

Purtroppo a volte il nostro desiderio di metterci in mostra, di fare di testa nostra, ci fa dimenticare queste direttive e così commettiamo il primo peccato, quello che ci porta a ritenere di poter fare meglio noi, da soli, senza cioè aver bisogno dell'aiuto di Dio!

L'idea che ci siano alcune cose che noi possiamo fare da soli, senza l'intervento di Dio, in fondo ci gratifica e anche ci riempie d'orgoglio perché ci piace dire: “Visto come sono stato bravo? L'ho fatto tutto da solo!”

Questo modo di fare però non piace per niente al Signore, al nostro socio di maggioranza, che anzi si dispiace molto quando noi ci comportiamo così come fece il nostro antenato Adamo, che disubbidendo alle direttive di Dio nell'Eden ha cominciato la ribellione contro di lui, sfidandolo e pensando di non aver più bisogno di Dio!

Gesù ci ricorda invece che: “Senza di me voi non potete far nulla” (Gv 15:5); e anche la cosa più piccola ed insignificante che noi pensiamo di poter fare senza sforzo in qualsiasi momento, Gesù ci dice che da soli, senza il suo intervento, noi non siamo in grado di farla: “...poiché tu non puoi far diventare un solo capello bianco o nero” (Mt 5.36)

Il primo peccato dunque, o meglio la prima faccia del nostro peccato, è l'orgoglio che porta alla ribellione, e noi troppo spesso lo commettiamo, senza pensarci troppo, a volte senza nemmeno rendercene conto, tanto siamo abituati ad agire in questo modo.

Il secondo peccato, quello opposto, lo commettiamo invece quando siamo indotti a pensare che qualcosa sia impossibile da farsi. Quando siamo così sicuri di non poterla fare noi quella cosa, personalmente intendo, subito la riteniamo impossibile per chiunque altro, e quindi lasciamo perdere, ci scoraggiamo, ci ripieghiamo su noi stessi.

Ancora una volta però il Signore ci ricorda: “Agli uomini questo è impossibile; ma a Dio ogni cosa è possibile” (Mt 19:26).

Sì d'accordo, diciamo noi a questo punto, però chi scomoderà Dio per fare quello che vorremmo sia fatto? E poi lui vorrà veramente fare quello che noi gli chiediamo?

I dubbi partoriti dalla nostra debole fede, ci fanno dimenticare che Gesù ci ha detto anche: “Se mi chiederete qualcosa nel mio nome io lo farò” (Gv 14:14)

Allora vi chiedo: dove sta la nostra fede nella riuscita della società che abbiamo costituito insieme al Signore?

La verità è che, ancora una volta quando noi non riusciamo a fare qualcosa da soli, in fondo preferiamo rinunciare, perché per riuscirci dovremmo chiedere l'aiuto di Dio, e questo un po' ci secca!

Si ci da fastidio perché “pregare” equivale ancora una volta a confessare i nostri limiti di soci di minoranza, rispetto alla forza del socio di maggioranza! Così è meglio lasciare perdere e fare finta che “l'uva non sia matura” come diceva la volpe della favola di Esopo, perché non riusciva a raggiungerla.

Questo atteggiamento purtroppo spiega come mai nelle comunità cristiane c.d. “storiche” si preghi poco;

non è il bisogno di Dio che manca, bensì è l'orgoglio individuale che abbonda, e questo ci impedisce di pregare il Signore!

Al Signore però anche questo atteggiamento non piace, anzi dispiace molto, perché lui che può tutto, è ben felice di fare ciò che noi gli chiediamo, proprio perché questo è il nostro riconoscere in lui la superiorità del socio di maggioranza;

mentre al contrario il “non chiedere, il non pregare, il giudicare impossibile qualcosa, il ritenere che ormai Dio non faccia più dei miracoli”, è ancora una volta una dimostrazione della nostra poca fede e del nostro spirito di ribellione nei confronti di Dio.

Allora consideriamo due cose: la prima, noi senza il Signore non possiamo fare nulla, la seconda, per Lui ogni cosa è possibile;

questi sono i due principi che stanno alla basa della società per azioni che abbiamo costituito insieme al Signore.

Perché se è vero che noi siamo soltanto i soci di minoranza, è altresì vero che essendo soci con lui a tutti gli effetti, tutto ciò che lui farà per il buon andamento della società, sarà fatto a beneficio anche nostro, e quello che noi da soli non possiamo fare, in lui siamo in grado di farlo, perché tutto quello che lui può fare in quanto Dio, anche noi, in Cristo, siamo in grado di farlo!

Noi, una volta diventati credenti, non possiamo né dobbiamo più ragionare come esseri disgiunti e separati da Dio, ma dobbiamo pensare ed agire come “soci di Dio”, ovvero in perfetta comunione con lui, esattamente come ci insegna il Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore: nulla mi manca... e io abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni”.

Avere fede nel Signore, ossia essere in società con lui, vuol dire sì agire conformemente alle sue direttive societarie, ma soprattutto vuol dire: agire sempre insieme a lui, MAI da soli;

agire insieme a lui sia nel fare le cose che per noi sarebbero impossibili, avendo fede che Lui le renderà possibili, certamente;

però agire insieme a lui anche nel fare le cose più semplici e facili, perché è sempre con la sua benedizione che noi diamo il meglio e il massimo nella nostra vita e nelle nostre opere, come ci dice il Salmo 127: “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori...”

Ricordiamoci che l'utile della nostra società, ossia l'accesso al Regno dei Cieli, spetterà anche a noi alla fine del nostro lavoro quaggiù sulla terra;

anche per noi “piccoli soci di minoranza” ci sarà una dimora nel Regno dei Cieli, che Gesù è andato a prepararci, a condizione però che noi continuiamo a rimanere soci del Signore, e come tali seguiamo le direttive societarie contenute nella Scrittura, senza voler fare di testa nostra, e senza dubitare della grande potenza e del grande amore di Dio che può ogni cosa e dona ogni cosa. AMEN