Una fede libera, consapevole, responsabile.


Quando avremo terminato il nostro ciclo terreno, quando ci ritroveremo sulla nuova terra sotto nuovi cieli, vedremo una moltitudine di persone in piedi davanti al Signore e li rimarremo stupiti nel costatare che quella folla è molto meno numerosa di quanto ci saremmo potuti attendere considerato i miliardi di uomini che sono vissuti sulla terra nel corso del tempo; allora ci sarà chiaro il significato delle parole di Gesù: "poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti" (Mt 22:14).

La cosa che però ci stupirà maggiormente, anzi che ci meraviglierà proprio, sarà di vedere tra le persone che abbiamo conosciuto durante la nostra vita terrena, alcuni che non avremmo mai creduto di poter trovare nel numero degli Eletti, e ancora più ci meraviglieremo di non trovarne altri dei quali non avevamo dubbi sulla profondità della fede; anche in questo caso ci sarà chiaro il significato del passo biblico: "l'uomo guarda all'apparenza, ma Dio guarda al cuore" (1 Sam 16:7).

Non di meno, quando parliamo di vita eterna e di Giudizio finale ci sentiamo un po' in imbarazzo, per svariati motivi, il principale dei quali credo sia il disagio che un credente ha quando deve entrare in giudizi che spettano solo a Dio: "non giudicate affinché non siate giudicati" (Mt 7:1); tuttavia questo non ci esime dal dovere che ogni credente ha di conoscere cosa Dio desidera da tutti noi e da noi singolarmente, cosa Lui gradisce e come possiamo fare la sua volontà nel migliore dei modi.

Le Chiese e le confessioni insegnano, ognuna secondo la propria teologia (ossia il proprio modo di leggere ed interpretare la Bibbia), cosa deve fare un credente per accedere al Regno dei Cieli; come tante ricette per fare una buona torta, ognuna di queste, a parere dei diversi cuochi, permette di preparare quella più bella, più buona e la migliore di tutte.

Resta il fatto che il giudice sarà Dio soltanto e che quindi noi credenti possiamo soltanto cercare di compiacere i suoi gusti in fatto di fede e ubbidienza, adoperandoci per corrisponderli al meglio, per usare ancora una metafora culinaria.

Ma quali sono i gusti di Dio? Li possiamo conoscere?

Sì, nella Bibbia sono descritti chiaramente, se solo vogliamo seguire la ricetta che lui ci fornisce.

Che cosa dice questa ricetta del perfetto credente?

La Bibbia (non necessariamente le Chiese e le diverse teologie da esse adottate) ci dice che la fede di un credente per essere veramente gradita a Dio deve avere tre caratteristiche, ossia deve essere: LIBERA, CONSAPEVOLE, RESPONSABILE.

Vediamo cosa significano questi tre aggettivi della perfetta fede cristiana.

LIBERA; Dio ci chiede di credere in Lui, nella sua Parola in modo del tutto libero. Dio non costringe mai nessuno perché lascia ad ogni uomo la possibilità di credere in lui o meno. Perché ci sia vera libertà devo sempre avere la possibilità di scegliere, altrimenti non è vera libertà. Ogni credente deve scegliere liberamente se accettare di servire il Signore o meno; una scelta è libera quando, posto di fronte ad alternative diverse, io scelgo una di queste senza costrizioni o ricatti di vario genere. E' chiaro che in certi paesi e in certe religioni "l'obbligatorietà" di aderire ad una religione, di seguirne i culti e le prescrizioni, non danno alcuna libertà al credente. Il più delle volte sono le istituzioni religiose che rendono "non-libera" la scelta del credente, obbligandolo ad aderire ad una fede con la costrizione (fisica o mentale). In passato abbiamo avuto numerosi esempi di "conversioni forzate" che evidentemente non potevano considerarsi scelte libere. Allo stesso modo però non possiamo considerare libere le scelte condizionate dalla società o da fattori ambientali: "vado in Chiesa perché tutti ci vanno e non voglio sentirmi escluso", oppure, "vado in Chiesa perché là mi offrono cibo e accoglienza", o ancora, "aderisco ad una confessione religiosa perché questo favorisce la mia carriera e il mio inserimento sociale". In questi casi, anche se formalmente davanti ai miei fratelli sono un credente e praticante, nel mio cuore sono ben lontano da Dio e la mia fede non è autentica, bensì falsa, perché ipocrita. Laddove Dio guarda il cuore, io sono tra i chiamati ma non certo tra gli Eletti; questo è bene che io lo sappia prima, perché quando sarò al cospetto di Dio la mia fede "solo apparente" si scioglierà come neve al sole.

CONSAPEVOLE; questo punto è più complesso del precedente perché, per assurdo, io posso anche servire il Signore, osservando tutti i suoi precetti (esempio gli Ebrei che osservano tutta la Legge di Mosè) senza capire, o meglio senza comprendere veramente il piano che Dio ha per la salvezza degli uomini. Per usare una metafora, medica questa volta, se io e mio figlio piccolo ci ammaliamo entrambi di bronchite e il medico ci ordina antibiotici, riposo assoluto e stare al caldo per una settimana, io sono consapevole degli effetti che queste cure avranno sul mio organismo e quindi le seguo a ragion veduta, mio figlio invece lo farà soltanto perché glielo dico io, senza però capirne il senso, eppure se entrambi seguiamo la cura, entrambi guariremo dalla nostra malattia. A dispetto di questo, avere la consapevolezza del perché noi ubbidiamo alla Parola di Dio, del perché dobbiamo avere fede in Lui, è importante per adoperarci al meglio nella nostra vita di credenti, concentrandoci su ciò che è veramente prioritario agli occhi di Dio, piuttosto che su prassi o comportamenti mutuati dalla tradizione (della Chiesa) ma che poco o nulla hanno a che vedere con la volontà (il Progetto) di Dio per l'umanità.

Una fede consapevole nasce dalla lettura della Bibbia e dalla sua interiorizzazione mediante la preghiera e la guida dello Spirito Santo che diventa il vero (unico in certi casi) mentore della nostra fede, piuttosto che dall'osservanza dei tanti riti formali che le diverse Chiese hanno introdotto nel corso della loro storia (festività, ricorrenze, consuetudini, prassi devozionali e tradizioni umane). Una fede è veramente consapevole quando il credente sa esattamente ciò che Dio si aspetta dagli uomini (conosce il Progetto di Dio per l'umanità) e soprattutto conosce ciò che Dio vuole in particolare da lui credente (singola missione cui il credente è chiamato) e ovviamente si attiene a questo volere con tutto il suo cuore, la sua anima, il suo spirito.

RESPONSABILE; il terzo carattere della vera fede è un grande vanto dei credenti evangelici, molto meno di quelli cattolici e ortodossi, che tendono invece ad essere quasi del tutto deresponsabilizzati davanti a Dio, proprio perché la Chiesa in questo caso è -mediatrice di ogni grazia-. La responsabilità del credente è strettamente legata alla libertà, come scriveva però l'Apostolo Paolo: "Perché fratelli voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne..." (Gal 5:13). Potremmo dire che non vi può essere libertà senza responsabilità, perché è proprio dal fatto che il credente è libero davanti a Dio che discende la sua responsabilità di adempiere ciò che Dio gli chiede. La responsabilità del credente è prima di tutto verso Dio, ma poi si estende anche verso il suo prossimo e quindi verso il mondo intero. Il credente libero e consapevole della sua libertà, diventa altresì responsabile della stessa, e Dio giudicherà l'uso che lui avrà fatto della prima proprio guardando all'ultima. Una grande libertà presuppone sempre una grande responsabilità, insieme ad una piena consapevolezza di ciò che Dio vuole e si aspetta da ognuno di noi.

Quando siamo credenti "bambini", all'inizio del nostro cammino di fede, siamo ben poco liberi, poco consapevoli e altrettanto poco responsabili, ma col procedere del nostro cammino di fede (santificazione), libertà, consapevolezza e responsabilità crescono di pari passo, finché non diventiamo pienamente adulti nella fede (perfezione cristiana) e quindi conoscendo la perfetta volontà di Dio la compiamo nella piena libertà di scelta e siamo pienamente responsabili delle nostre azioni proprio perché consapevoli di ciò che Dio vuole da ognuno di noi.

Alla luce di questo è chiaro il perché molti dei chiamati non arrivino a conoscere questo stato e che per questo motivo non riescono nemmeno ad entrare nel numero degli Eletti (sempre salvo la misericordia di Dio, ovviamente, cui non vogliamo certo sostituirci!) ma coloro che hanno conosciuto il Signore come Lui ci chiede (nati di nuovo), sono anche stati da Lui resi liberi (non nel senso umano del termine, di fare ciò che ci pare e piace senza dover rendere conto a nessuno, come ci ammonisce di non fare l'Apostolo Pietro: "Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio" 1 Pt 2:16) e consapevoli, quindi, di conseguenza, anche responsabili.

Tutti i credenti (gli Eletti) hanno sempre l'obbligo di testimoniare agli altri uomini (il nostro prossimo) ciò che il Signore ha fatto per loro, alcuni però sono stati chiamati a farlo in modo particolare e specifico, come missione rivelata loro dallo Spirito Santo, perché, se secondo il principio del "sacerdozio universale" dobbiamo tutti testimoniare, a ciascun credente è stato affidato da Dio il compito di una specifica testimonianza (chi con parole, chi con gesti, chi con azioni particolari) secondo i talenti che ognuno di noi ha ricevuto.