Una preghiera, un'esperienza

Testo: Salmo 39

 

Non sappiamo per quale motivo l’autore di questo salmo si lamenti, venendo quasi meno nella fede verso Dio; forse la paura della morte imminente, o che la sua vita fosse ridotta “alla lunghezza di qualche palmo”, tuttavia, leggendo il salmo e ponendoci in ascolto con tutto il cuore, non possiamo fare a meno di costatare come anche a noi sia capitato di trovarci in una simile situazione di disagio, di pena, di preoccupazione e dolore, perché la vita di ogni uomo è lastricata di eventi dolorosi, al punto di farci sentire inutili, privati di ogni forza e valore, e la nostra vita sembrare senza significato.

In momenti come questi urge fare una riflessione; il salmista posto di fronte alla sua condizione è costretto ad ammettere: “…ogni uomo, benché saldo in piedi, non è che vanità…”.

Tuttavia, dopo aver lanciato il suo lamento disperato verso Dio, quasi volesse accusarlo della sua triste condizione: “O Signore, fammi conoscere la mia fine e quale sia la misura dei miei giorni. Fa' ch'io sappia quanto sono fragile”, ecco che uno sprazzo di luce divina lo illumina facendogli capire l'errore nel quale è caduto, e subito chiede di essere perdonato: “O Signore, ascolta la mia preghiera, porgi orecchio al mio grido; non essere insensibile alle mie lacrime…”

Il Signore ascolta il suo e il nostro grido, e risponde, riportandolo e riportandoci sulla via da Lui tracciata, facendolo e facendoci rinsavire dalla sua e nostra follia, ravvedere dal suo e dal nostro errore.

Certo, l'uomo va e viene come un'ombra; certo, s'affanna per quel ch'è vanità; egli accumula ricchezze, senza sapere chi le raccoglierà…”, scrive ancora il Salmista, che passata la disperazione, si rende ben conto che i giorni accordati da Dio all'uomo in questo mondo, dovrebbero essere spesi per il Suo servizio e per la Sua unica gloria.

La realtà dell’umanità invece è ben diversa, perché l’uomo sciupa la sua vita in vanità, cercando di accumulare beni su beni inutilmente, facendo dipendere la sua vita da questi, anziché dalla benedizione di Dio.

La presa di coscienza di questo, ossia l’esperienza che il salmista ci descrive, è il primo passo verso la soluzione del problema dell’uomo, che non sta nelle sue forze e nelle opere da lui compiute, bensì nella misericordia di Dio, il quale, non appena l’uomo lo invoca, risponde e lo risolleva dalla fossa in cui è caduto.

Il Signore è la nostra unica speranza, l’unico rimedio al nostro stato di disperazione, poiché se è vero che tutti noi possiamo venire meno e cadere in qualche errore, è altrettanto vero che presso Dio troviamo conforto, ristoro e perdono ogniqualvolta ci rivolgiamo a Lui in cerca di aiuto.

La preghiera, ci insegna la Scrittura, è il modo in cui tutti noi possiamo rivolgerci al Signore; senza eccezione, tutti possiamo e dobbiamo pregare per invocare il suo aiuto, per riconoscerlo come Signore e Padre amorevole, per avere comunione con Lui, l’unico stato di grazia che ci consente di vivere una vita piena nella gioia e nella serenità ritrovata, una volta usciti dal nostro stato di disperazione.  

Non esiste un altro modo; l’esperienza del salmista ce lo dice chiaramente. Senza il Signore noi non possiamo fare nulla, e l’unico modo di contattarlo è la preghiera!

Non ha veramente importanza la forma della preghiera rivolta a Dio: può essere fatta silenziosamente, oppure può essere espressa con parole o con grida, cioè con un cuore contrito. Non importa l'espressione esteriore di essa, l'importante è che sia fatta con fede e rivolta al Padre nel nome di Gesù; essa sarà sempre sentita e ascoltata da Dio.

Non dubitiamo mai della presenza del Signore, non facciamoci mai vincere dallo sconforto, ma vinciamo le nostre angosce rimettendole nelle mani amorevoli del Signore attraverso la preghiera e Lui l’esaudirà! AMEN